CAMMINO DEGLI DEI

Ci sono momenti di sfida, di curiosità, di viaggio e di tanta sofferenza. Si parte da Bologna per giungere fino all’ambita meta di Firenze. Attraversando gli Appennini emiliani e toscani affrontando un cammino lungo 137 chilometri si scoprono luoghi nuovi, una natura incontaminata, tanta storia antica e amici indimenticabili. Vi racconto la mia splendida avventura:

LA PREPARAZIONE

Lo zaino è quasi pronto. Al suo interno Indumenti leggeri per il giorno e pesanti per la notte, scorte di barrette energetiche, una mappa, attrezzi da trekking, il sacco a pelo e la tenda. Con me e il mio caro amico zaino ci saranno i miei compagni di viaggio e di avventura Tommaso e Roberto, ma soprattutto ci saranno le mie gambe che non smetteranno quasi mai di muoversi insieme alla mia testa. Già perché per affrontare un cammino del genere la concentrazione e la determinazione sono elementi che non possono mancare mai. E’ un cammino che di solito lo si affronta in cinque o sei giorni ma noi decidiamo di percorrerlo in soli quattro giorni. Impresa ardua perché serve una buona preparazione atletica per attraversare gli Appennini tosco emiliani colmi di dislivelli impegnativi in cosi poco tempo. Inoltre terreni difficili fangosi e il maltempo potrebbero ostacolarci. Ma noi siamo ben allenati e nulla potrà fermarci nel poter attraversare un cammino tra la natura selvaggia e la storia. Il sentiero infatti è una antica strada etrusca poi diventata romana (Flaminia Militare) attraversata da basiliche medioevali, rovine romane, resti della prima e seconda grande guerra e antiche conchiglie fossili.

PRIMO GIORNO

Parto in auto da Milano insieme a Tommaso e Roberto e giunti a Bologna ci fermiamo a dormire in un ostello situato in centro. All’alba zaini in spalla, partiamo dalla meravigliosa Piazza Maggiore. Nonostante siano le 6 di mattina altri viaggiatori camminatori come noi sono pronti per partire per il lungo cammino. Qui si aggiungono Chiara e Azzurra, due ragazze romane che decidono di affrontare il cammino insieme a noi. La colazione a base di panino con la mortadella e cioccolato ci sosterrà per molti chilometri e al grido << CARICIII CARICIII !>> partiamo! Il ritmo è buono e le gambe vanno da sole. Sono ben allenato e preparato tra trekking, palestra, mountain bike e con la testa libera vado avanti nonostante i 13 chili del peso del mio zaino. Cammino lungo la strada asfaltata che attraversa la bellissima Bologna e pian piano sale sempre di più passando da San Luca con i suoi archi sotto il portico più lungo del mondo che mi porta al santuario della beata vergine. Qui ci fermiamo per scattare una foto di rito e per scambiare parole di entusiasmo con altri gruppi di camminatori. Scendiamo giù a Casalecchio di Reno e costeggiando il Reno iniziamo finalmente un sentiero sterrato giungiendo a Sasso Marconi. Qui resto incantato davanti alla vista dell’acquedotto romano e del ponte di Vizzano. Al nostro gruppetto di camminatori si aggiunge il bergamasco Simone, un gran montanaro davvero tosto! Sarà un membro portante del nostro gruppo! Continuiamo verso l’area protetta di Contrafforte Pliocenico con i suoi fossili e la sua vegetazione particolare. Stremati ripartiamo in direzione Monzuno, il primo vero obbiettivo di sosta del nostro cammino. Ma prima si doveva salire in cima al Monte Adone. ( Il nome del Dio Adone dona il nome al monte come altri monti hanno nomi di altri Dei, e per questo si chiama “Cammino degli Dei”..) Stanchi ci rimbocchiamo le maniche e determinati raggiungiamo la cima rampicandoci su un sentiero ripido nel cuore dello splendido appennino emiliano. Una volta giunti in cima le due croci ci fanno sorridere di sofferenza ma godere di un bellissimo panorama. Sono esausto ma l’aver attraversato una natura meravigliosa e visto una buona parte di storia dell’umanità fa esclamare “wow!”.  Finalmente un po’ di discesa verso Brento e poi ancora salita su strada asfaltata passando da Monterumici in direzione Monzuno. Ora apro una parentesi giurandovi che quello che è accaduto da Brento a Monzuno ha del miracoloso… Già perché a tutti noi le forze e le gambe stavano per cedere, cosi come le nostre schiene a causa del peso dello zaino, ma la nostra testa era tanto determinata ad arrivare… A Monzuno… questo paese per noi “leggendario” che a un certo punto credevamo non esistesse nemmeno, talmente eravamo esausti e stanchi. le allucinazioni stavano per prendere il sopravvento sui nostri corpi non più lucidi quando all’improvviso la sagoma del cartello “BENVENUTI A MONZUNO” apparve lungo la ripida strada in salita.  Ebbene si! Dopo 14 ore di cammino e 40 chilometri percorsi con dislivelli terribili di mille metri finalmente eravamo giunti alla prima meta! Increduli, distrutti, affamati e anche nervosi, lasciamo andare le nostre sofferenze buttandoci in una cena a base di pasta e carne in una trattoria del paese. Finita la cena e recuperate le calorie, montiamo le tende nei pressi di un parco giochi per bambini. Stanco e stremato mi addormento rigustandomi in un sogno la durissima tappa appena passata e il percorso che ancora dovrò e dovremo compiere.

SECONDO GIORNO

Di buon mattino mi sveglio con le gambe pesantissime quasi bloccate. Non riesco a stare in piedi. La stessa sofferenza è percepita anche dai miei compagni di viaggio: Tommaso, Roberto, Chiara e Simone. All’improvviso notiamo che una persona mancava all’appello. La fatica aveva fatto la sua prima vittima: Azzurra infatti ci aveva abbandonato ritirandosi dal cammino. Probabilmente nella notte senza dir nulla a nessuno aveva deciso di mollare e ritornare a Roma. Complimenti comunque a lei… non è di certo impresa facile percorrere 40 chilometri sugli Appennini in una sola giornata! La determinazione in questi viaggi è un elemento fondamentale e dopo una veloce lavata di faccia in una fontanella del parco smontando le tende facendo una ricca colazione torniamo in pista proseguendo sui sentieri montani in direzione Madonna dei Fornelli. Le gambe nonostante sembrassero bloccate pian piano si scioglievano andavano avanti da sole comandate dall’entusiasmo e dalla voglia di superare i nostri limiti. Dopo venti minuti giungiamo a Campagne camminando in uno stupendo bosco di castagni. Poi la salita fino a Monte del Galletto e finalmente dopo circa tre ore su strada sterrata giungiamo a Madonna dei Fornelli. Il sentiero prosegue in una meravigliosa foresta scendendo giù fino al quadrivio di Pan Balestra, due ore di cammino dopo Madonna dei Fornelli. Da qui inizia la storica e mitica “Flaminia Militare” antico percorso romano datato 187 a.C. Nel bel mezzo della foresta appenninica giungiamo davanti ad un recinto e un cancello con scritto “Chiudere il cancello grazie”.  Ci passo e lo chiudo ( non si sa perché, probabilmente per non far entrare animali da bestiame) e faccio passare anche i miei compagni di viaggio. Proseguiamo fino alla Piana degli Ossi ed emozionato ammiro i resti di un’antica fornace datata II secolo a.C. Dopo diversi sali scendi molto faticosi giungiamo in una piana denominata radura delle Banditacce. Qui ci fermiamo a prendere fiato e far riposare la schiena perché quella che ci attende sarà una delle salite tra le più faticose dell’intero cammino che ci porterà sul punto più alto di tutto il percorso di 1200 metri di altitudine. Oltre ad essere la cima più alta è il punto quasi esatto che rappresenta la metà del cammino tra Bologna e Firenze! Giungiamo In cima  e soddisfatti ci riposiamo. Bello gustare la natura che ci sta ospitando. La discesa ci regala testimonianze storiche dell’antica presenza romana! Una meraviglia! Camminiamo in mezzo a boschi di conifere in direzione Futa nostro secondo obbiettivo del cammino. Sul Passo della Futa infatti si trova un camping dove pensavamo di passarci la notte. A pochi chilometri dal camping si trova un punto di interesse storico incredibile: il cimitero germanico. Emozionati ci togliamo gli zaini dalle spalle e come bimbi curiosi ci addentriamo per visitarlo. Prima che il buio scenda ci incamminiamo verso il campeggio e dopo aver montato le tende ci buttiamo soddisfatti sotto una calda doccia! Erano quasi due giorni che non mi lavavo e devo dire che dopo tutto questo sforzo una doccia d’acqua calda è il massimo che si possa desiderare.

TERZO GIORNO

Dopo una notte fredda, con fuori quasi zero gradi, avvolto nel caldo sacco a pelo mi risveglio tra la natura meravigliosa della Futa. Giusto il tempo di smontare le tende e fare colazione e ripartiamo verso l’Apparita. Zaino in spalla con entusiasmo saliamo sulla cima del Monte Gazzaro e poi in discesa attraversando una natura fantastica fino a giungere al Passo dell’Osteria Bruciata. Qui un tempo sorgeva una locanda rinomata per i suoi piatti di carne “umana” cucinati dal proprietario dopo aver derubato e ucciso i suoi clienti… anche qui la foto è d’obbligo. Inizia la strada in discesa. Mi sento in gran forma e aumento il passo andando avanti da solo lasciando indietro il mio gruppo. Volevo passare qualche momento in “solitaria” per riflettere e contemplare durante il cammino la bellezza di questa natura. Ma a causa della mia fretta nel scendere la montagna mi si infiamma la caviglia sinistra. Di colpo mi fermo, mi blocco e inizio a soffrire. Verso Gabbiano sulle montagne dell’Appenino mi siedo su un avvallamento con vista sulla valle. Mentre mi riposo attendo che i miei compagni di viaggio mi raggiungano. Mezz’ora dopo vedo arrivare Tommaso, Chiara e Simone ma senza Roberto, anch’egli rimasto leggermente indietro per un infortunio. Soffro ma proseguo. Non sarà certo un po’ di dolore alla caviglia a fermare il mio sogno! Mi aiuto con le bacchette ma inizio a zoppicare. Soffro dannatamente ma non posso mollare. Davanti a me ancora una cinquantina di chilometri che sembrano non finire mai… il sentiero in salita, il fango e il dolore. I miei compagni che mi sostengono moralmente ma ad un certo punto resto solo con la strada, la campagna toscana e i miei pensieri. Piango… devo superare il purgatorio per arrivare in paradiso. Poi da dietro vedo la sagoma di Roberto che come me infortunato camminava dolorante. Ma insieme ci carichiamo e piano piano raggiungiamo gli altri che si erano fermati ad aspettarci. Arriviamo a S. Pietro a Sieve e ci accampiamo sotto il cavalcavia di una superstrada insieme ad altri camminatori. Una piccola tendopoli di viaggiatori si forma Intorno ad un fuoco. Cantiamo canzoni e ceniamo con panini per recuperare le energie. Qui si aggiungono al nostro gruppo altre due ragazze milanesi. Nel frattempo Roberto decide di continuare il suo cammino in solitaria e in notturna. Un matto pensiamo! ma non c’è nulla che lo possa fermare e nonostante le nostre raccomandazioni decide di continuare da solo. Beh tanta stima per lui che coraggioso con il suo zaino, la sua tenda e la sua torcia in mano attraverserà i boschi dell’Appenino toscano giungendo già dalla mattina successiva a Firenze. Io Stanco mi addormento insieme a Tommaso e Chiara ma con una caviglia sinistra gonfia e dolorante e un callo gigante sotto il piede destro. Nel sogno notturno mi domando: << Riuscirò nonostante il dolore alla caviglia a terminare il cammino?>>

QUARTO GIORNO

Mi sveglio con la caviglia sempre più gonfia e il callo grosso come una lumaca sotto il piede destro. Mi fa male da morire. Ma di mollare non mi passa neanche per l’anticamera del cervello nonostante alla meta mancasse un altro giorno di cammino, circa 30 chilometri. Non sono uno che molla e per me l’impossibile non esiste e anche strisciando con un piede zoppo giungerò vincente all’obbiettivo! Riparto insieme a Tommaso e Chiara, sofferente ma più carico che mai.  Zoppico vistosamente e dopo qualche chilometro percorrendo le ripide salite fangose della foresta dico a malincuore a Tommaso e Chiara di proseguire. Non voglio che a causa mia rallenti il loro passo verso la meta finale. Rimango indietro per diversi chilometri. Continuo in solitaria. Vedo la splendida fortezza Medicea sul colle e la sua visuale, come quella della natura che attraverso, mi dona forza interiore indispensabile per non mollare. Attraverso quasi piangendo una natura perfetta. Camminando ho avuto modo di soffrire guardandomi dentro misurandomi con il mio dolore. Ma dovevo superare me stesso, il mio male e quindi il mio limite imposto dal dolore. Due camminatrici mi convincono a prendere un OKI che mi anestetizza per qualche ora l’infiammazzione. Dopo tre ore di cammino sento al telefono Chiara che poco più avanti di me mi dice: <<Ale sono un chilometro più avanti di te. Ti aspetto cosi proseguiamo insieme.>> Apprezzo il gesto di Chiara e facendo uno sforzo in più la raggiungo. Nel frattempo anche lei infortunata aveva rallentato. Insieme doloranti proseguiamo verso l’ultima vetta del cammino quella del Monte Senario. L’avventura che affronteremo insieme resterà per sempre nelle nostre menti. Prima sbagliamo strada e ci perdiamo nei sentieri selvaggi della foresta appenninica e poi una volta ritrovata la strada salendo verso la vetta veniamo colti in pieno da un fortissimo temporale. E Improvvisamente accade un miracolo! (Se cosi si può chiamare) il mio dolore alla caviglia scompare e lo stesso vale per il dolore di Chiara. Iniziamo ad aumentare il passo…  Ma in realtà a coprire il male era l’adrenalina provocata dalle centinaia di fulmini che continuavano a cadere a pochi metri da noi! Insomma più che miracolo si trattava di istinto di sopravvivenza causata dalla voglia di scappare via da quel posto e trovare riparo per non essere colpiti da un fulmine. Dopo una lunghissima ora passata a camminare veloci sotto gli alberi in cima alla montagna nel bel mezzo del nulla ( il punto meno raccomandato durante un temporale è stare sotto gli alberi in montagna.) Il temporale termina e noi esausti e fradici giungiamo a Fiesole! C’è l’avevamo fatta! Eravamo vivi! Con il cuore a mille ci abbracciamo! Per concludere in bellezza facciamo l’autostop per trovare un passaggio fino alla stazione di Firenze dove ci attendevano i nostri compagni di viaggio. Alla vista del mio pollice si ferma un suv guidato da un signore fiorentino distinto ed elegante sulla sessantina in auto insieme a sua moglie << Mi sono fermato perché proprio come voi sono un camminatore. Ho fatto il cammino di Santiago e la Via Francigena.>>  A quel punto dopo tutto quello che avevamo passato Io e Chiara increduli guardandoci negli occhi ci riabbracciammo. Ma le sorprese non erano ancora finite.  infatti avevamo altro in comune. Scopro che il signore era un affermato medico ma anche uno scrittore! Già proprio come me! Tra i suoi libri anche uno sul suo cammino fatto a Santiago. Dopo averci dato il passaggio fino in stazione, li salutiamo come fossero vecchi amici. Alla stazione di Firenze rincontriamo il resto del gruppo: Tommaso, Roberto, Simone, Qui ritrovo anche dei ragazzi di Bergamo che avevo incrociato durante il cammino e mi avevano visto zoppicante. Mi fanno i complimenti dicendomi che nello stato in cui ero avevo compiuto un miracolo di determinazione giungendo sofferente con quella caviglia al traguardo. Soddisfatto e distrutto saluto la Toscana. Si torna in treno a Bologna per riprendere la nostra auto mentre Chiara torna a Roma. Che grande viaggio!

E’ stato un viaggio bellissimo, un cammino meraviglioso. Mi porterò dentro la splendida natura dell’appennino tosco emiliano che rallegra occhi e cuore del camminatore facendo dimenticare la fatica che si sta compiendo. Mi porterò dentro le persone che con me hanno camminato soffrendo e godendo della bellezza del loro viaggio esteriore e interiore. E poi la vista di reperti storici che donano misticità e fascino a questo viaggio facendo respirare un profumo di vita vissuta da altri uomini in altri tempi.

Alessandro Cusinato

SMETTILA DI BRUCIARE… MIO CUORE ROSSO D'AUSTRALIA

Penso che da cosi lontano non si possa capire bene quello che stia succedendo laggiù…o forse si. Forse si riesce a capire ma credo che le migliaia di chilometri di distanza che ci separano dal gran continente oceanico, non ci facciano rendere realmente conto di ciò che stiamo perdendo. La forza della natura sta distruggendo quello che la sua bellezza ha precedentemente creato. Recentemente ho trascorso un mese in Australia con GiorgiaMarcoNicolas e l’ho fatto attraversando la sua parte più selvaggia. La sua parte più vera. Quella parte che se la vivi ti rimane dentro, ma dentro cosi tanto da farla diventare uno stato d’animo. La parte del bush immenso che non finisce mai, dei paesaggi che sembrano uguali ma che cambiano faccia e colore in un batter di miglia, del caldo insopportabile di giorno che diventa freddo la notte, dei grandi canguri, dei serpenti velenosi, degli ululati dei dingo, dei veloci emu e delle migliaia di specie di piante che solo li si possono trovare. E’ la sacra terra degli aborigeni. Pensare che quel paradiso incontaminato del nostro pianeta sia in fiamme e che mezzo miliardo di animali siano morti è qualcosa di tristemente inimmaginabile. Sapere che I pappagalli che in stormo mi svegliavano la mattina o i bengalini diamantini che a centinaia occupavano i cespugli del bush, facendo un casino assordante con il loro cinguettare, non abitino più quei luoghi mi fa star male. Sapere che Le migliaia di canguri che la notte saltellavano al di fuori della tenda facendo rimbombare i loro passi nella prateria come colpi di tamburo non si sentiranno più fa star male. Le piante che dal deserto dell’Outback fino alla foresta pluviale brulicavano di vita ora sono diventate cenere e con esse anche gli spiriti dei nativi australiani. Spiriti che sono sicuro proteggeranno il resto del territorio dal pericoloso uomo bianco, quello che con la sua industrializzazione sta sterminando tutto il pianeta. Quello che fa rabbia è che gli incendi sono dovuti all’inalzamento delle temperature causate dall’uomo e non da avvenimenti naturali. Gli aborigeni sapevano gestire gli incendi nel bush e lo facevano volontariamente attraverso incendi controllati bruciando sapientemente parte del terreno da rigenerare. Lo facevano attraverso una tradizione antichissima usata tutt’ora per ridare vita a un territorio che doveva rinascere dopo le grandi siccità. Questo incendio invece è catastrofico. Catastrofico come tutte le idee che occupano la mente dell’uomo Industrializzato, ipocrita, capitalista e senza scrupoli che sta distruggendo il nostro pianeta. Ripenso alle notti in tenda nel bush quando davanti a un fuoco alzando lo sguardo al cielo riuscivo a toccare le stelle con un dito sfiorando persino le Pleiadi. Spero che da quella costellazione scenda qualche spirito aborigeno per riportare la vita dove ora c’è solo morte e distruzione. Spero che l’anima dell’Australia ritorni a colorarsi di rosso, non quello degli incendi, ma di un rosso uguale a quello del colore della sua terra.
G day amata Australia! ♥️
Alessandro

CRACOVIA- Auschwitz – Diario di viaggio

E’ una meraviglia particolare questa città. Particolari le parole che mi serviranno per descriverla, in parte dolci e in parte amare. Un amaro troppo disgustante per il sapore che hanno lasciato nel tempo, non a causa sua ma per colpa delle atrocità commesse dalla razza umana.

La sua affascinante storia medioevale si affianca a quella tristemente nota della seconda grande guerra. Fa molto freddo e le strade sono in parte ricoperte da una bianca morbida neve. Zaino in spalla vagabondo nella città vecchia circondata dal parco di Planty e dai resti della cinta muraria medioevale, insieme ai due miei compagni di viaggio Marco e Tommaso.

Il primo luogo capace di catturare la mia attenzione è la piazza del mercato chiamata Rynek Glowny, la più grande piazza medioevale d’europa. Qui la Basilica di Santa Maria, una chiesa gotica del XIV secolo, ne domina la scena con le sue due torri di altezze differenti. Saliamo più in alto sulla collina di Wawel. Il meraviglioso castello simboleggia la città e una splendida cattedrale la illumina di cultura: al suo interno si sono celebrate le incoronazioni dei sovrani polacchi ed è la chiesa madre dell’arcidiocesi di Cracovia. La sera ceniamo in un ristorante tipico polacco divorando dei buonissimi pieroghi, tortine di pasta simili ai ravioli con dei ripieni sia dolci che salati. Il giorno dopo visitiamo emozionati l’altro quartiere storico di Cracovia: il di Kazimierz, che per 600 anni ha ospitato la comunità ebraica di Cracovia fino allo sterminio ad opera dei nazisti.

Da qui in poi le mie parole descriveranno emozioni tristi mai provate in nessun altro luogo al mondo…

QUARTIERE DEL GHETTO EBRAICO:

Cammino su una strada di ciottoli scuri. I miei passi riecheggiano tra i muri del quartiere con le stelle di Davide disegnate che non vogliono andare via. Non vogliono morire come invece hanno fatto gli uomini e le donne che vivevano qui. Loro sono giunte fino ai nostri giorni provenendo dagli anni della guerra. Torno indietro nel tempo immaginando il rumore degli stivali delle SS tedesche che picchiettando a terra facevano sentire agli abitanti del ghetto il rumore della paura. Un silenzio irreale avvolge questo luogo. Si percepisce il senso del dolore che c’è stato. Un dolore che queste mura, queste strade, questi ciottoli e questa umanità non potrà dimenticare mai.

AUSCHWITZ BIRKENAU- Campo di sterminio:

La neve copre con la sua purezza tutto il maledetto dolore che qui c’è stato. Entrando ad Auschwitz Birkenau seguendo le rotaie arrivo laddove il treno carico di bestiame composto da uomini, donne e bambini concludeva la sua corsa vicino al filo spinato. Qui la mia pelle si accappona. La corsa per alcuni finiva subito con l’inganno di una doccia, mentre per altri proseguiva con la garanzia che prima della doccia ci si sporcava di sofferenza. E’ enormemente infinito questo Lager. Entro in una delle “stalle” usate dalle SS tedesche per far riposare la notte il bestiame umano. Non so esprimere la sensazione che provo qui dentro. Tremo, mi manca l’aria. Mi rifiuto di pensare a cosa sia successo qui. Mi viene da piangere e star male. E’ buio, sporco e c’è un odore pesante rimasto impregnato negli anni che non riesce ad andare via dal male che qui ha abitato. Riesco a vedere i volti e le espressioni delle persone che per qualche mese, giorno o ora hanno vissuto qui. Mi appaiono con i loro pigiami a righe tutti uguali chiedendomi pietà. Li osservo inerme. Provo ad allungare una mano per soccorrerli ma non posso fare più nulla purtoppo. Solo un gesto forse inutile ma che mi viene dal cuore potrei fare. Mi sento in colpa e chino il mio capo pronunciando l’unica parola che mi viene in mente: “Perdonateci” in nome mio e di tutta l’umanità.

…PER NON DIMENTICARE MAI…

Alessandro Cusinato

ISTANBUL- Diario di viaggio

Ci sono città che sogni di vedere da tutta la vita. Città mitiche protagoniste di ogni libro di storia. Esse sono capaci di proiettarti nella pellicola di un film che sembra girato in angoli diversi del mondo e del tempo… Ma poi un giorno decidi di andarle a visitare di persona e scopri che quel film si è svolto in un unico luogo ma in diversi tempi… Benvenuti a Istanbul la porta d’oriente.

La porta d'oriente
La porta d’oriente

L’atmosfera di Istanbul è unica. Giunto in riva al Bosforo rimango rapito dal profumo dell’oriente che apre la sua porta ai viaggiatori. Infatuato inizio ad ammirarla. Le mie pupille come quelle di ogni uomo o donna si ingrandiscono per cercare di contenere tutta la bellezza che stanno osservando. La si può chiamare con nomi diversi: Bisanzio, Costantinopoli o Istanbul ma lei comunque stringendo le spalle e sorridendo risponderà sempre “Si.. sono io. “. I suoi tre nomi la rendono fiera di quella che è e di quella che è stata nel suo leggendario passato. La giovane Bisanzio , la romana Costantinopoli e la moderna musulmana Istanbul. Qui ci sono passati davvero tutti. Greci, Romani, Ottomani. Il suo modo di fare attira come calamite viaggiatori di ogni angolo del mondo curiosi di leggere con i loro occhi quello che sin da piccoli hanno studiato nei libri di scuola. Istanbul è un libro da sfogliare e un museo a cielo aperto con un biglietto di primissima fila sulla storia.

Basilica di Santa Sofia
Basilica di Santa Sofia

Alloggiamo nella zona musulmana della città. All’alba accade subito qualcosa di magico: vengo svegliato dall’eco della preghiera islamica pronunciata da un Imam che metallica fuoriesce dall’altoparlante posto in cima alla moschea vicina al mio alberghetto. Quasi in contemporanea inizia la stessa preghiera, proveniente questa volta da una seconda moschea. La stessa cantilena giunge da una terza moschea e cosi via per tutte le moschee della città. Nel buio del giorno che sta per nascere si diffonde tutta la potenza e la spiritualità della religione di maggioranza. Emozionato mi riaddormento…

Di buon mattino io e i miei quattro compagni di viaggio, Tommaso, Giuseppe, Rosella e Federica giungiamo nel distretto di Faitih, nel mahalle di Sultanahmet dinnanzi alla Basilica di Santa Sofia. Dal di fuori è imponente e bellissima! Dedicata a Sophia (la sapienza di Dio) dal 537 al 1453 fu cattedrale ortodossa e sede del Patriarcato di Costantinopoli, a eccezione di un breve periodo tra il 1204 e il 1261 in cui i crociati la convertirono in cattedrale cattolica di rito romano sotto l’impero latino di Costantinopoli. Divenne poi moschea ottomana nel 1453 fino al 1931 anno in cui fu sconsacrata e divenne un museo. Insomma, cè più storia religiosa qui dentro che in un libro intero… Meravigliosa ancor di più al suo interno…

Proprio di fronte a Santa Sophia si compie un’altra magia. E’ venerdi ed essendo il giorno santo islamico più di 4000 fedeli stanno pregando all’interno della grande Moschea Blu. Camminando all’interno di essa si resta incantati dal fascino di quello che fu l’Impero Ottomano. Una volta conquistata Costantinopoli, il sultano Maometto II volle costruire una moschea che potesse diventare il luogo di culto più importante dell’impero. Qui la misticità si percepisce in maniera forte, impregnata nelle cantilene delle migliaia di fedeli che pregano il loro Dio in questo venerdi di preghiera.

Con il mio zaino in spalla mi tuffo insieme ai miei compagni di viaggio dentro il mercato coperto più grande del mondo: il Grande Bazar ovvero il Kapali Carsi. La sua costruzione iniziò nel 1455 subito dopo la conquista ottomana di Costantinopoli ad opera del Sultano Maometto II per stimolare la prosperità economica della città. Al suo interno mi perdo negli odori delle spezie, nei colori dei tessuti e nella visione dei preziosi. Sembra una grande trappola per turisti ma in realtà è un grande contenitore di cultura araba. Dopo un paio d’ore perso tra le bancarelle dei mercanti a contrattare il prezzo migliore trovo il mio angolo di felicità. Un piccolo bar dove insieme a Tommaso e Giuseppe mi sono gustato un Tè turco fantastico!

Dopo aver visitato la parte importante della Istanbul ottomana, la mia sete di curiosità mi porta in un luogo dove di acqua ne è contenuta a litri. Anzi a dire il vero era contenuta fino a qualche centinaio di anni fa, quando la città si chiamava ancora Costantinopoli. L’imperatore romano Costantino fece costruire una cisterna sotterranea che alimentata dall’acquedotto di Valente forniva una riserva d’acqua per il palazzo imperiale. Scendo giù nell’affascinante sotterraneo dove i suoi 143 metri di lunghezza e 70 di larghezza mi attendono. Nonostante il buio non si può non notare le meravigliose 336 colonne alte 9 metri e distanziate l’una dall’altra 4,90 metri. La malta utilizzata nella costruzione è impermeabile. Un’opera di ingegneria pazzesca! Camminando sembra di essere finiti in una antica basilica sommersa e l’ambiente è talmente conservato bene da mantenere acqua sul fondo. Due grosse teste di medusa provenienti da un arco monumentale di Costantino fanno da base a due colonne. Splendide!

Basilica Cisterna (Yerebatan Sarnici)
Basilica Cisterna (Yerebatan Sarnici)

Il cibo e le bevande a Istanbul sono una vera e propria delizia come la carne di Kebab e il Tè ma la cosa che mi è piaciuta di più è il gusto di tabacco aromatizzato da fumare nel loro tradizionale narghilè. l’atmosfera da racconto “Le mille e una notte ” si diffuse rapidamente durante l’Impero Ottomano lungo le vie di tutta la città trasportata dal fumo del tabacco aromatizzato alla frutta. Il suo aroma giunse fino al Bosforo,dove oggi insieme ai miei compagni viaggiatori, mi immergo in una piccola crociera esplorativa galleggiando sopra un battello.

Fumando Narghilè
Fumando Narghilè

Il quarto giorno visito il quartiere di Galata. E’ una vera chicca medioevale. Qui spicca la sua torre che dall’alto dei suoi 67 metri domina la città. E’ una torre un pò italiana perchè venne costruita nel 1348 da Rosso Doria, primo governatore a Galata genovese. In seguito durante l’Impero Ottomano la sua parte superiore ed il suo tetto vennero modificati con numerose ristrutturazioni. Saliamo sulla sua cima dove dall’alto mi godo il magnifico panorama di Istanbul e del Bosforo.

Torre Galata
Torre Galata

L’ultimo colpo al mio cuore innamorato di storia, me lo danno le bellissime mura dell’antica Costantinopoli. La vecchia capitale dell’Impero Romano d’oriente è qui splendente davanti a me. Un’emozione forte mi pervade e un brivido freddo mi attraversa la schiena. Un altro mio sogno che si avvera. Ripenso ai migliaia di chilometri che separano Roma da Istanbul percependone fisicamente la vastità di quello che una volta era il grande Impero Romano.

Mura romane di Costantinopoli
Mura romane di Costantinopoli

Dopo quattro giorni saluto la “grande bellezza” d’oriente . Ora capisco perchè questa città sia stata tanto ambita quanto ritenuta meravigliosa. Ambita da tutti i popoli del passato per la sua posizione strategica con la sua “porta” verso l’oriente e meravigliosa per tutta la ricchezza storica che essa contiene. Nonostante abbia vagabondato per le vie come un matto per quattro giorni senza sosta, rimane ancora tanto da vedere e scoprire. Per un appassionato di storia come me, insieme alla nostra meravigliosa Roma, penso che Istanbul sia la città più bella ed interessante del mondo. Mi sono innamorato di te Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul!

Alessandro Cusinato

kakadu National Park

AUSTRALIA- Road trip- Kakadu National Park- day 20- 22

Lasciamo Darwin per spostarci in uno dei luoghi più selvaggi del Northen Territory australiano nonché patrimonio dell’Unescu: Il Kakadu National Park.

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Ci attendono paludi, fiumi e scarpate di roccie arenarie. Coccodrilli, dingo, pipistrelli, tartarughe e centinaia di specie di uccelli vivono in un habitat composto da più di duemila tipi di piante. E’ una delle mete più ambite del nostro road trip e non vediamo l’ora di arrivarci! Dopo il solito lungo viaggio in jeep nell’Outback, stavolta lungo “solo” 250 chilometri, giungiamo ai confini del parco nazionale. Qui dobbiamo salutare Choko e affidarlo per qualche giorno a un dog sitter. Per lui come per tutti i cani ne è vietato l’ingresso e con una grande carezza lo salutiamo. Torneremo a prenderlo una volta finito il tour del Kakadu, più o meno tra tre giorni.

Dopo un facile ma affascinante trekking tra bush, boschi e alte rocce giungiamo in un luogo magico.  Visitiamo delle antichissime incisioni rupestri aborigene di epoca preistorica. I muri rocciosi del sito di Ubirr mi lasciano con la bocca spalancata dall’emozione. Antichissimi disegni risalenti a 20.000 anni fa, ricoprono ogni angolo di roccia. Molti aborigeni di oggi credono che queste pitture rupestri siano state realizzate dagli spiriti Mimi, per illustrare agli uomini le leggende della creazione e lo sviluppo della legge aborigena.


La sera ci accampiamo insieme ad altri viaggiatori vicino alla riva di un fiume molto inquietante perchè abitato da coccodrilli. Il consiglio di una guardia forestale è quello di dormire in una tenda sospesa da terra in modo da non essere “visitati” nella notte dai feroci rettili che potrebbero allontanarsi dal fiume per cacciare. Ma non disponiamo di quel tipo di tenda e la guardia ci tranquillizza suggerendoci di accamparci qualche decina di metri più in là, distanti dalla riva del fiume e più addentrati nella foresta. Montiamo la tenda accendiamo un fuoco e ci godiamo il silenzio delle prime luci della notte. Ma il momento più meraviglioso giunge una volta il spento il fuoco… Per fortuna la notte non è fredda come le precedenti nel deserto e decidiamo di dormire senza il telo protettivo. E’ bellissimo! Sdraiato nel sacco a pelo guardando in alto posso vedere le stelle, la via lattea e le costellazioni sparse nell’universo. Mi addormento cullato da un’atmosfera suggestiva che alleggerisce i miei pensieri. Ma in piena notte mi risveglio, disturbato da un concerto di suoni mai sentito. Forti versi somiglianti a gatti arrabbiati fuoriescono dalle bocche di grossi pipistrelli. Forti ululati di dingo riecheggiano nella jungla australiana. Migliaia di insetti cantano e uccelli notturni gridano come fossero in una piazza affollata nel pieno giorno. Sento dei passi a pochi metri dalla tenda ma il buio è talmente fitto che non riesco a vedere nulla. Riesco a sentire anche il respiro dell’animale! ma niente il buio ostacola la mia vista. Poco più in là assisto ad un inseguimento in piena regola tra un predatore ed una preda… o più prede e più predatori… chissà! Purtoppo non riesco a vedere nulla ma solo a percepire ed immaginare quello che sta succedendo a pochi metri da me. Sono talmente eccitato che non riesco più a chiudere occhio. Passo la notte in bianco sperando di vedere qualcosa, una sagoma o una presenza. Ma non riesco a vedere nulla… ma sono al settimo cielo! Marco, Giorgia e Nicolas dormono come ricci e non sanno la meraviglia che si stanno perdendo. Resto sdraiato a pancia in giù e sorridendo mi guardo intorno felice. Penso: Passano le ore e sono felice. Non voglio riaddormentarmi perché so che ad uno spettacolo del genere non assisterò mai più. La natura della jungla australiana mi sta regalando una notte indimenticabile. Giunge l’alba con i suoi primi raggi di sole e i primi cinguettii dei pappagalli. Svaniscono gli ululati e i versi tenebrosi dei pipistrelli. Spariscono i rumori degli inseguimenti tra prede e predatori ma resta dentro di me l’emozione di una notte magica passata a sognare ad occhi aperti la vita notturna della foresta del selvaggio Kakadu. La ricorderò come una delle notti più belle di tutta la mia vita.

Navigando tra i Billabong
Navigando tra i Billabong

La mattina dopo aver smontato la tenda ci incamminiamo verso il fiume e le sue paludi. Nella jungla di palme e bush, sorgono billabong di acqua torbida. Paludi inquietanti che solo a guardarle mettono soggezione. Dopo una notte meravigliosamente insonne tra versi selvaggi e stelle, il sole riflette i suoi raggi sull’acqua, mostrando la sagoma scura di chi inquieta e riempe di fascino il nord australiano. Sopra una barca navighiamo per le paludi ammirando incantati e rispettosi il vero re di queste terre. Sua maestà il coccodrillo.

kakadu 10

Ne vediamo a dozzine galleggiare e altrettanti riposare sornioni sulla riva del fiume tra i canneti. Intorno a loro centinaia di splendidi esemplari di uccelli marini che leggiadri si muovono tra le ninfee. La sera torniamo a prendere Choko il nostro cane viaggiatore. L’abbraccio con Giorgia e Marco è commovente! Salutiamo il Kakadu ringraziandolo per l’incontro con le tribù aborigene primitive, con sua maestà il coccodrillo ma sopratutto per la notte indimenticabile che mi ha fatto passare tra la sua natura più selvaggia. Kakadu Non ti dimenticherò mai.

Alessandro Cusinato

AUSTRALIA -Roadtrip day 7-10 Exmouth and Cape Range national park

Percorriamo la Indian Ocean Road in direzione nord. Ci fermiamo a fare rifornimento di carburante e un po’ di spesa a Carnarbon, ci manca la frutta e la verdura. La tappa di oggi sarà lunga circa trecento chilometri e ci porterà fino alle spiaggie incontaminate di Coral Bay e Shark Bay.

Road Map
Road Map

La strada è la solita meraviglia: terriccio rosso mescolato all’immenso verde del bush che mi rapisce ipnotizzandomi quando guardo fuori dal finestrino. Percorsi i primi cento chilometri la strada si fa più arida e il caldo molto più intenso…qui la strada sembra essere ancor più infinita… Forse è l’effetto del gran caldo che agisce sulla mia vista creando una sorta di miraggio ma la realtà mi mostra un aumentare della grande distesa desertica di questa savana australiana. E’ una sensazione unica che si percepisce ammirando e attraversando questa incredibile natura. Ma proprio quando la fase di ipnosi del bush sembra completato ecco apparire il cartello ” TROPIC OF CAPRICORN”.

 

<<Wow!>> Siamo arrivati nel punto dove il sole culmina allo Zenit un giorno all’anno (nel soltsizo di dicembre). Un punto mitico dove fare la foto di rito è un obbligo! Ripartiamo e lungo la strada ammiriamo spettacolari termitai giganti. Opere architettoniche di fango create da laboriose termiti in decine di anni, che al loro interno, vivono al riparo dalle altissime temperature dell’Outback.

 

Poco prima di giungere a Exmouth ci fermiamo a Coral Bay, una delle barriere coralline più incontaminate del mondo.  A Exmouth ci fermiamo per tre giorni. Cè il Cape Range national park da visitare con le sue spiagge e il suo entroterra selvaggio. Il primo giorno ci rechiamo sulla spiaggia di Sandy Bay.  Sandy, la sabbia che abita questa immensa spiaggia oceanica, si lascia calpestare dai miei passi. Piccoli granchi cascano nelle mie impronte tentando di tuffarsi nell’acqua. Uccelli grigi migratori dal becco arancione gli danno la caccia la dove l’acqua accarezza la spiaggia. La prateria australiana di Sandy ospita tanta vita selvaggia, richiamata dal suo caro vicino bush e dal suo grande amico Oceano Indiano.

 

Il giorno seguente mia sorella, Marco e Nicolas vanno in escursione oltre la barriera corallina nella spiaggia di Ningaloo per nuotare insieme allo squalo balena.

 

Io purtroppo non posso andarci a causa di un infiammazione al ginocchio che non mi consente di nuotare. Così decido di passare una giornata in solitaria guidando la mia jeep per una ottantina di chilometri all’interno del Cape Range. Giungo in un luogo magico chiamato “Mandu Mandu Gorge”. Qui le pareti rosse di un canyon proteggono il letto di un fiume ora prosciugato. Dico ora perché il suo letto si riempie solo durante la stagione delle piogge. Con il mio zaino sulle spalle mi addentro seguendo un sentiero di sassi che si dirama tra la terra rossa e i residui di roccia bianca del fiume asciutto. Il caldo mi batte forte sulle tempie e sopra di me un cielo azzurro mi purifica la vista cercando di avvistare qualche piccolo wallaby nascosto tra le rocce.

 

Cammino e mentre guardo in alto devo tenere sempre l’attenzione giù in basso sotto le siepi basse e in mezzo ai sassi. Non si sa mai di inceppare nel territorio di qualche ” Western brown snake” serpente velenoso pericolosissimo o qualche “Redback”, dei ragni dal veleno mortale, talmente piccoli da nascondersi in ogni fessura della natura australiana. In caso di puntura si hanno solo sei ore di tempo per iniettarsi un antidoto capace di salvare la propria vita. Detto questo cammino lo stesso con addosso molta adrenalina e molta curiosità. e …un po’ mi eccita questa sensazione di “pericolo”!… Proseguo esplorando il fondo del Canyon giungendo in un avvallamento dimenticato da ogni segno di civiltà. Qui cè solo la natura. Respiro l’aria calda e butto fuori pensieri freschi di libertà. Amo questa terra, la sua pace silenziosa e la sua atmosfera infinita che entrandomi dentro mi porta fino dove i miei occhi possono vedere, ovvero fino all’orizzonte lontano e irraggiungibile.

LUBIANA – Slovenia Diario di viaggio

In un istante prendo la decisione di andare a vagabondare per un paio di giorni in Slovenia. Preparo lo zaino, accendo l’auto e in meno di cinque ore parto da Milano per giungere insieme al mio socio Tommaso a Lubiana, capitale della Slovenia.

Arriviamo bagnati da una pioggerella leggera che ci accompagnerà per tutto il weekend. Alloggiamo in un ostello a due passi dal centro. Depositiamo gli zaini e iniziamo il tour. Costeggiando il fiume Ljubijanica che bagna tutta la città e proseguiamo verso il centro. Qui camminando per i principali quartieri storici venendo accolti da una bellezza unica, regalata dal misto di medioevo, barocco e di liberty.  I ponti sono la vera caratteristica di questa cittadina. Dal nuovissimo “ponte dei macellai” costruito nel 2010 ubicato a due passi dal mercato dei macellai e soprannominato il ponte dell’amore, dove centinaia di innamorati legano un simbolico lucchetto alla ringhiera del ponte. Poi il “triplo ponte” che collega il centro storico alla parte moderna della città concludendo con l’affascinante  “ponte dei draghi” la prima opera in cemento armato di Lubiana che quasi spaventa alla vista delle statue dei draghi che appaiono semi reali!

Camminando si resta affascinati da questa cittadina tanto che risulta impossibile non fermarsi per scattare delle foto. Una quiete silenziosa sembra galleggiare dal lento fiume e giungere dritta fino ai ciottoli dei sentieri che compongono gli antichi quartieri. Il cibo da strada è parte integrante della città e il buon vino fa il resto. Dall’alto di una collina il castello di Lubiana osserva e protegge tutta la capitale attirando ogni curiosità verso di se. Naturalmente decidiamo di salire per visitarlo. Costruito più di 900 anni fa viene ora visitato dai turisti per la sua attrattiva principale: la torre. Salendoci in cima si può ammirare la vista panoramica dell’intera Lubiana dall’alto. Uno spettacolo!  L’area del castello è stata abitata fin dal 1200 a.c e si pensa che la cima della collina sia stata un accampamento dell’impero romano dopo un periodo celtico e illirico.

La sera Lubiana si sveste dall’abito di cittadina tranquilla per indossare il più caotico e allegro vestito che possiede nell’armadio. Decine di pub colme di gente sorridono alla meravigliosa aria fresca che si infrange festante sui bicchieri di centinaia di cocktail e birre! La mattina dopo proseguo il mio tour visitando il mercato centrale e la cattedrale di San Nicola. Essa è uno dei più bei esempi di arte barocca in Slovenia. Cammino poi  verso il parco Tivoli, il più grande parco della città con un’area verde di 510 ettari. Mesti Trg è il cuore antico della città, una piazza contornata da edifici, costruiti dopo il devastante terremoto del 1511, che la decorano donandole un aspetto fortemente barocca.

Unica pecca è stata la mia “non visita” alla biblioteca di Lubiana. Un imponente edificio rettangolare di quattro piani, quattro ali e due cortili interni decorata con meravigliosi mattoni rossi. Al suo interno sono contenuti  importanti manoscritti medioevali e stampe rinascimentali, oltre a possedere la più ampia raccolta di letteratura del Paese. Purtroppo gli orari d’apertura non mi sono stati amici e per trovare la biblioteca aperta al pubblico avrei dovuto attendere il lunedi. Beh la userò come una buona scusa per poterci ritornare ancora!

 

SOFIA- Diario di viaggio

Meravigliato dal fascino malinconico dell’est europeo, torno a visitare Sofia, la capitale della Bulgaria.

La città è circondata dalle montagne, i monti Balcani, e questo colpo d’occhio le dona un vestito verde che non ti aspetti. Dopo aver attraversato con un taxi parte della città, io e il mio compagno di viaggio Tommaso ci rechiamo all’ostello, posto quasi in zona centro. Giusto il tempo di recuperare una cartina della città, ci buttiamo subito zaino in spalla per le vie della capitale bulgara. Le prime impressioni sono le solite di quando si visita una città dell’est europeo. Si percepisce molto il degrado post sovietico e lo si assapora passo dopo passo. Insomma abitazioni e mura grigiastre con intonaci distrutte e mai più ricostruite, fili penzolanti dai pali della luce che attraversano la strada e tante automobili “antiche” che in Italia si usavano negli anni 90… Poi cammino incrociando le mura della vecchia Serdica, la Sofia romana antica, davvero meravigliosa. Accanto moschee e chiese ortodosse. Questo mix di edifici culturali e di periodi storici diversi donano un  fascino unico a questa città.

Prima di incomiciare il tour, mi fermo a pranzare in un ristorante tradizionale bulgaro. Il cibo è buonissimo! si inizia con della zuppa e si continua con piatti unici di pollo e patate con delle salse bulgare sensazionali! si accompagna il tutto con del pane e con della buona birra.

Il nostro giro inizia con la visita del simbolo della capitale, la cattedrale di Alexander Nevskij. E’ il più importante luogo religioso di Sofia e non a caso è l’unico monumento illuminato anche di notte. Costruita tra fine 800 e inizio 900 in stile bizantino è una delle chiese ortodosse più grandi del mondo. A pochi metri di distanza visitiamo anche la chiesa di Santa Sofia costruita nel IV secolo sui resti di numerose chiese precedenti e della città Serdica (la Sofia Romana)

Con i kiwei fradici sotto la pioggia battente, giungiamo in uno dei punti per me più emozionanti: La Rotonda di San Giorgio. Considerata il più antico edificio di Sofia. Una piccola meraviglia di soli 10 metri quadrati, un tempio pagano poi trasformata in chiesa. Qui di colpo la pioggia smette di cadere lasciandomi immortalare con una stupenda foto le più antiche rovine della città.

La sera visitiamo il quartiere festoso di Boulevard Vitosha e di Utilsa Rakovski ricco di discoteche, ristoranti e tanta movida.

 

L’indomani con un taxi mi reco a Boyana. un paese alle porte di Sofia poggiato sopra una verde collina. Qui sorge una meravigliosa chiesetta medioevale. Si pensa che, proprio al suo interno, l’arte rinascimentale europea venne dipinta dai suoi primi precursori.

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Boyana church

Salgo sulla scalinata di una delle chiese ortodosse medioevali più belle al mondo. E’ patrimonio mondiale dell’UNESCO. La sua fama la deve agli affreschi che contiene al suo interno. Al suo esterno una natura unica di alte sequoie secolari… una meraviglia!

La pioggia non smette mai di cessare ma non mi basta per placare la fame di curiosità. Tornando verso il centro della città rimane da visitare un’altra splendida chiesa anch’essa patrimonio dell’UNESCO. La chiesa russa di San Nicola. Il colpo d’occhio dall’esterno è fantastico! le cinque cupole dorate dominano il vestito della cattedrale che illuminano la sua lucente bellezza. Al suo interno resto ipnotizzato dalla cerimonia religiosa ortodossa. Ne resto cosi tanto affascinato che ci resto dentro per quasi un’ora.. Una cerimonia molto mistica dove i fedeli sono intenti ascrivere bigliettini all’Arcivescovo Seraphim morto nel 1950 ma che in fin di vita espresse il desiderio di continuare a ricervere in modo che lui continuasse a prendersi cura di loro.

Chiesa russa di San Nicola
Chiesa russa di San Nicola

Resto davvero sorpreso dal fascino di Sofia. Sarà forse per il suo volto timido ma colmo di storie antiche vestite di un malinconico abito dell’est, o per i suoi occhi grigi e freddi che ti ipnotizzano fino a farti innamorare delle sue strade e le sue chiese. Saluto Sofia dandole un bacio sulla guancia promettendole di ritornare, sussurrandole nell’orecchio di non preoccuparsi perché resterà per me una delle più belle “donne” con cui abbia viaggiato nelle mete d’Europa.

Alessandro Cusinato

MADRID- diario di viaggio

Dici e pensi a Madrid e la prima cosa che ti viene in mente è la parola “movida!”… Ma vi assicuro che c’è molto altro…

Alloggio in un quartiere poco lontano dalla stazione dei treni di Atocha e ogni giorno a piedi con il mio immancabile zaino in spalla, macino chilometri per esplorare la calorosa città.

Ma questo mio diario voglio iniziarlo al contrario, ovvero dalla “noche”… Tutto inizia al tramonto camminando affamati, attirati dalle luci e i profumi dei suoi ristoranti. Come tori attratti da un panno rosso, si finisce al loro interno gustando tapas, paella e sangria. L’atmosfera spagnoleggiante fa il resto, riempiendo l’arena notturna dei locali madrileni di gente. Ha ufficialmente inizio la movida, dove non solo panni rossi ma di ogni colore, fanno ballare insieme tori, toreri e ballerine…

Di giorno il suo fascino è quello di una città elegante, vestita sempre con abiti colorati ma con quello spiccare di rosso e giallo in più. Camminando per le sue caratteristiche vie, si percepisce subito di essere nella calorosa Spagna. il bello di questa città è che nonostante contenga molte infrastrutture moderne sia comunque riuscita mantenere intatta la sua storia e originalità.

Appena si giunge qui non si può non recarsi nella Plaza Major. Di forma rettangolare e attorniata da porticati, è la piazza principale della città. Dopo una stancante camminata zaino in spalla bisogna recarsi allo storico Mercado de san Miguel! uno dei pochi mercati coperti di Madrid in stile Liberty, dove tra i vari prodotti tipici si può assaporare il mitico Jambon Iberico e il Pata Negra… non cè nulla di meglio di un bel panino per integrare la fame di curiosità.

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Parque de Retiro

Madrid è una città verde piena di parchi tra cui il Parque del Retiro. Al suo interno un enorme giardino lo attraversa, e un grande lago artificiale fa da specchio al monumento ad Alfonso, principale punto d’interesse del parco. Io e i miei compagni di viaggio specchiandoci nel lago, ammiriamo in lontananza l’immagine imponente del monumento. Ma ricordandoci di essere nel paese della “fiesta” posiamo gli zaini e ci rechiamo ad un cherenguito per sorseggiare altra sangria!

Girovagando per le affascinanti vie, giungiamo davanti al più antico ristorane del mondo: il “Sobrino de Botin”. La sua nascita è datata 1725. Purtroppo possiamo solo guardarlo da fuori perché i prezzi all’interno sono inaccessibili per noi!!!

i giorni successivi mi reco in uno dei più imponenti e splendidi palazzi d’Europa: il Palacio Real, residenza ufficiale del Re di Spagna. Al suo interno immense sale, quadri, statue e tanta ricchezza sanciscono quella che era ed è la potenza dei reali di Spagna. Davvero affascinante. La cosa che più inorgoglisce è che la maggior parte delle sue opere d’arte sono create dalla mano di artisti italiani. Vi sono pitture del nostro Bernini e una sala contenente una collezione unica di violini costruiti dal nostro Antonio Stradivari.

Il museo del Prado completa la vena artistica della città. Al suo interno uno dei miei quadri preferiti: Il Giardino delle delizie  la più famosa opera del pittore Bosch. Il dipinto raffigura tre scene che da sinistra verso destra rappresentano l’umanità. Nel primo riquadro vi è la creazione con un giardino dell’Eden rigoglioso e Adamo ed Eva, nel pannello centrale figure di uomini e donne nude, animali immaginari, frutti e nel pannello di destra vi è rappresentato l’inferno con demoni e la natura distrutta. Secondo l’immaginario di alcuni, l’autore vuole ammonire l’umanità per aver portato il mondo da un giardino meraviglioso qual’era ad una prossima distruzione… attraverso i suoi vizi, il suo capitalismo, le guerre e l’inquinamento… Un quadro che non smette di apparire nella mia mente. Dovremmo tutti possedere una sua copia sul nostro comodino e ammirarlo ogni mattina e sera. Ma sopratutto dovrebbero vederlo i potenti della terra che senza scrupoli ci stanno portando verso il terzo pannello di quel quadro. Vi lascio con sua l’immagine sperando che serva come riflessione per migliorare la vita del nostro splendido pianeta. Buena vision…

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“Il Giardino Delle Delizie” esposto al museo del Prado

Alessandro Cusinato

BERLINO e il suo muro- Diario di viaggio

E’ forte la mia curiosità per la capitale tedesca. Curiosità derivata dalla sua grande storia. Una fama che l’ha resa protagonista durante la seconda guerra mondiale ma sopratutto dopo, con la costruzione del suo famoso muro. Ora zaino in spalla. Non vedo l’ora di esplorarla!

Giungo a Berlino ed immediatamente la sua grigia atmosfera tipica delle città del nord mi colpisce. Alloggio in zona centrale. il mattino faccio colazione allo Starbucks con del caffè “quasi” buono. Siamo nel mese di Aprile qui fa freschino, e qualche nuvola ricopre la città. Nonostante ciò io e i miei due compagni di viaggio Maria e Cristian, affittiamo delle bici e insieme pedaliamo percorrendo parte della città. Non cè niente di meglio nell’abbinare la fame di conoscenza ad una sana pedalata! saliamo in sella facendo tappa presso i più importanti monumenti storici. La porta di Brandeburgo, il palazzo del Reichstag, il monumento ai caduti ebrei. Qui però inizia a pervadere un senso di tristezza e malinconia che fa pensare alle vittime della guerra e alla maledetta dittatura che l’ha dominata.

 

 

Davanti al Kaiser-Wilhem-Gedachtniskirche ( vecchia chiesa rovinata dai bombardamenti della guerra) pranziamo con patate e carne. Ammirandola si nota il contrasto tra la rovine antiche e la parte moderna della città. Questa chiesa è una chiara testimonianza degli orrori della seconda guerra mondiale.

 

 

Costeggiamo il fiume Sprea, che ai tempi sostituiva il muro che delimitava il confine tra l’est e l’ovest e giungiamo nel luogo che mi ha suscitato il bisogno di “venire” a Berlino. Finalmente davanti ai miei occhi appare “Il muro” o perlomeno quello che ne rimane… per fortuna! Da lontano appare come un semplice muro di cemento armato, ma più ci si avvicina e più si percepisce dentro una sensazione di “freddo”. Già, proprio come la guerra che da anni ha contrapposto le due superpotenze mondiali, che poi si sono spartite in due fette la città sconfitta.

 

Su di esso dei murales colorati tentano di far riaffiorare felicità laddove si era persa per per decenni. Devo ammettere che in alcuni tratti ci riescono in pieno, come nel punto dove vi è rappresentato il bacio tra Regan e Gorbaciov. Ma nella maggior parte del suo percorso no… Vi sono dei punti, con delle targhe commemorative con incisi i nomi e le storie di uomini, donne e bambini caduti, che dal versante ovest verso est o viceversa tentavano di oltrepassare il muro. Tutto questo mette i brividi. Noto una netta differenza tra la parte est (ex russa) costituita da vecchi palazzi e la ovest ( ex americana) molto più nuova e modernizzata. la differenza la si vede ancora oggi da una facciata all’altra del muro. Dalla parte sovietica non vi è traccia di disegni e colori mentre in quella americana i murales ne dominano la scena. Questo perché la vecchia dittatura comunista dell’est non permetteva nessun tipo di disegno sul muro.

La sera però Berlino lascia a casa quel suo velo di malinconia trasformandosi in una delle città più allegre e festose d’europa! Alexanderplatz è uno dei centri di festa e noi la abbracciamo mangiando wurstel, crauti e bevendo birra! I giorni successivi visito la più importante chiesa della capitale tedesca : Il duomo di Berlino. Finalmente un tiepido sole illumina scaldando l’anima della fredda città. Camminando mi reco presso lo storico Checkpoint Charlie , un importante posto di blocco situato tra il settore sovietico e quello statunitense.

 

Venne istituito nell’agosto del 1961 in seguito alla costruzione del muro di Berlino per permettere il transito del personale militare delle forze alleate, del personale militare sovietico di collegamento, del personale diplomatico e dei visitatori stranieri. Qui ora è possibile fare delle foto con dei “veri finti” soldati americani che restano in piedi sull’attenti nel vecchio posto di blocco. Tutto questo perché a pochi metri si trova il “museo del muro” che visito interessato.

 

Resti del muro sono presenti in gran parte della città ed è giusto che siano ancora visibili. Penso che le generazioni future debbano sapere cosa sia accaduto qui in passato, in modo che questo scempio non accada mai più. Venire qua e pensare che fino a pochi anni fa questa città venne divisa da un muro per i capricci di guerra fa rabbrividire. Un muro lo si immagina come un qualcosa di protettivo ma non di divisorio. Ora vedere il muro crollato mi fa sentire sollevato. Nonostante il suo passato burrascoso Berlino è una delle città più vive d’europa. Non bellissima ma parecchio affascinante e molto malinconica. La storia dell’umanità è passata da qui con le sue sfaccettature grigie che ora si stanno colorando, dipingendo di vita le pareti di cemento del suo muro.

Alessandro Cusinato

 

 

 

Diario di viaggio – OMAN – Muscat

Muscat. Capitale dell’Oman.  La città sorge sul golfo dell’Oman ed è circondata solo da montagne e deserto.
Camminando per le vie della città noto immediatamente che l’antica tradizione araba ha preso il sopravvento sulla ricchezza derivata dal petrolio.
Mi aspettavo di entrare in una città araba come Dubai, Abu Dabi o Doha ormai sopraffatte dai milionari soldi dell’ oro nero che ne hanno cambiato per sempre la loro immagine.

Invece con mio sorprendente stupore noto che nessun grattacielo si innalza tra la sabbia del deserto, ma solo case basse bianche, tipiche della tradizione araba.
Addentrandomi nelle viette della vecchia old town l’odore di incenso soffoca i miei pensieri.
Cammino fino al porto entrando in una grande piazza rettangolare sulla quale si affaccia il Palazzo del Sultano.
Qui però la prima cosa che balza agli occhi è la grande ricchezza di cui è costituito il palazzo. Le colonne della sua facciata sono arrotondate e il colore che lo decora è l’azzurro e il color oro. Uno spettacolo d’architettura  costruito circa duecento anni prima dal Sultano Bin Ahmed.
Socchiudo gli occhi restando ipnotizzato dalla voce che fuoriesce da un altoparlante, che leggera rimbalza nella piazza fino alle mie orecchie. E’ La voce di un Imam che prega, rendendo questo luogo davvero magico.

sultano

Giungo finalmente alla grande Moschea del Sultano. Il colore bianco delle mura domina la scena, trasmettendo a tutti una sensazione di purezza. Una grande cupola contornata dal color dell’oro rende al sito religioso potenza e ricchezza.
La moschea è di costruzione recente terminata nel 1996.

Prima di entrare, degli addetti alla moschea, mi consegnano una tunica da indossare.
È di colore grigio e mi copre ogni parte del corpo esclusa la faccia. Copre sopratutto i miei tatuaggi non benvenuti all’interno della casa di preghiera islamica. Infine Prima di entrare mi tolgo le scarpe. Ora sono finalmente pronto mentalmente, ad addentrarmi in quella mistica atmosfera..
Sembra di essere immersi in un atmosfera fiabesca tipica delle storie de Le Mille e una notte..
Faccio il giro di tutta la Moschea circondata da cinque minareti simbolo dei cinque pilastri dell’Islam:
 1- Le testimonianze di fede
2- Le preghiere rituali
3- l’elemosina
4- Il digiuno durante il mese di Ramadan
5- Il pellegrinaggio a La Mecca

Attraverso la cosiddetta stanza delle donne ed entro in quella degli uomini famosa per aver al suo interno il secondo tappeto più grande al mondo e il lampadario più grande, interamente costituito da cristalli di Swarosky. La guida mi racconta che l’imponente tappeto di oltre quattromila metri quadrati è stato annodato a mano da seicento donne in soli quattro anni di lavoro.
Rimango affascinato dalla bellezza della moschea, un luogo magico, mistico e meraviglioso.

L’Oman è uno degli stati arabi ancora non “rovinati” dai profitti derivati dal petrolio.
La sua natura è ancora intatta come le sue tradizioni, e lo rendono uno stato tra i più affascinanti ed accoglienti d’Arabia. Tutto questo grazie al loro Sultano che non si è fatto abbindolare dalla ricchezza sfoggiata dagli sceicchi suoi vicini di casa degli Emirati Arabi che per attirare turismo hanno costruito cemento su cemento, sfidando e superando ogni record del mondo. Così facendo hanno portato si del benessere al loro popolo, ma hanno cancellato per sempre i veri valori e le tradizioni arabe che unite alla natura selvaggia di questa arida e rovente terra lo rendono uno dei luoghi più affascinanti del mondo. Un pezzetto di cuore io lo lascio qui, tra le terre selvagge e ricche di storia dell’Oman.
Alessandro Cusinato

Diario di viaggio Perù – LAGO TITICACA

21 AGOSTO – LAGO TITICACA
E’ il giorno dell’escursione sul Lago Titicaca. Non nascondo la mia forte emozione. E’ un lago speciale, unico ed è il navigabile più alto al mondo situato a 3800 metri d’altitudine sulle Ande condiviso tra il Perù e la Bolivia. Nella zona peruviana è abitato da una tribù meravigliosa : Gli Uros.
Un popolo che vive sulle cosidette “isle fluttanti “ovvero le isole galleggianti.
Il motivo del loro vivere in maniera cosi estrema è stata conseguenza del loro passato. Infatti i continui attacchi da parte dei popoli più guerriglieri come gli Aymara e gli Inca, hanno costretto questo popolo a rifugiarsi su delle verie e proprie isole galleggianti costruite da loro stessi per sfuggire alla furia dei loro nemici.
Salgo sul traghetto che in mezz’ora di navigazione mi condurrà al villaggio Uros.

 

Il colpo d’occhio è spettacolare, il lago è immenso tanto da sembrare un mare con il verde della palude d’erba che ricopre la superfice scura dell’acqua. Sopra riflette un cielo azzurrissimo bagnato dalle bianche nuvole provenienti dalle cime delle Ande. Con lo sguardo osservo piccole barche di pescatori che lentamente passano di fianco al traghetto. Ad un tratto appaiono tante isolette di colore giallo. Sembrano fatte di paglia e mescolate alla vista del lago, donano l’impressione naturale di stare davanti ad uno splendido quadro appena dipinto. Sopra le isole tante casette anch’esse di colore giallo e nel mezzo tanti colori, tanti quanto l’arcobaleno. Sono i colori degli abiti degli Urus. Rimango meravigliato! non vedo l’ora di scendere dalla mia barca e salire su una di quelle isole per poter conoscere questa gente. Della loro cultura e delle loro tradizioni ne avevo sentito parlare solo nei libri che ho letto e in prima persona da una mia amica che aveva visitato questo posto lo scorso anno e solo il suo “raccontarmi” mi aveva fatto emozionare.. Chissà dal vivo ora cosa proverò!

 

Salgo su una di quelle isole. La guida peruviana ci informa che il villaggio è composto da 90 isole sparse per il lago e ognuna di esse è abitata da una o più famiglie Uros.
Vengo accolto calorosamente dal loro saluto in lingua queqha. l’isola è abitata da tante donne coi loro bambini. Bellissimo! Sono un popolo solare, genuino e semplice ancora ancorato alle antiche tradizioni. Ancorato come lo sono le loro isole al fondo del lago. E’ bello osservarli mentre parlano,camminano, mangiano e lavorano in mezzo agli intrecci del bambu dell’isola galleggiante. Sono fuori dal mondo dispersi in mezzo al lago e ci galleggiano sopra come se nulla fosse. Sorridono sempre, sono colorati e bellissimi. Le donne portano cappelli grandi di paglia o cappellini da sole con la visiera e indossano abiti colorati di alpaca per proteggersi dal freddo e dall’umidità. Ogni isola ha un presidente a rappresentarla ch a ogni turista sbarcato racconta le tradizioni e la cultura di questo popolo. Il presidente ci spiega come sopravvivono pescando e che pesci pescano, ci spiega come fanno a costruire le isole, ci mostra come cuciono i loro tipici abiti.

 

E’ tutto talmente affascinante che rimango incantato appena noto una ragazza Uros seduta con le gambe incrociate davanti alla sua casetta gialla.
Sulla testa un grande cappello giallo di paglia, un vestito bianco a maniche lunghe, un gilet rosa sopra il vestito raffigurante dei disegni simboli del suo popolo. I capelli sono neri proprio come la sua pelle e dal cappello spunta una splendida treccina che ricade davanti alla sua spalla destra. Una gonna verde foresta e sopra ad essa una copertina colorata. Ad un tratto lei resta immobile con gli occhi spalancati e la bocca aperta. immersa in chissà quale pensiero..E’ bellissima!!!…
Lesto le scatto una foto, forse la foto più bella e significativa del mio intero viaggio.

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Meraviglia!!!

La scatto anche con la mente. Il suo ritatto di donna mi conquista, mi rapisce e mi invaghisce. Resto sedotto dalla sua semplicità. Lei non porta vestiti firmati, borsette, scarpe con il tacco o il rossetto, ma veste solo di tradizioni e genuinità. Non è una top model, ma il suo fascino la rende ai miei occhi la donna più bella del mondo. Me ne innamoro perdutamente, un colpo di fulmine al quale non sò dare spiegazione. O forse si. In lei vedo lontani lo stress della società in cui viviamo, non vedo la necessità che ha ogni donna nel comprare il vestito più bello, nell’indossare le scarpe più chic, nell’apparire la più bella davanti agli altri. Non vedo l’egoismo della maggior parte delle donne europee che conosco. Non vedo la fretta nel fare le cose, la rabbia per non aver comprato il cellulare nuovo. Ma vedo solo lei. Colorata del suo sorriso e di quel poco che la vita le ha donato ma che per lei è tutto: il sole, il lago, una casetta, una famiglia.
Osservo un’altra donna con al fianco una ragazza sui vent’anni anch’essa splendidamente colorata.

 

Mi guarda e parlandomi in spagnolo, mi chiede di comprare qualche gadget fatto a mano da loro.
Sorride in continuazione e non è affatto un sorriso finto fatto esclusivamente per vendermi qualcosa.
Lo si capisce che è vero che non è forzato. Cosi mi mostra una tovaglietta di stoffa dipinta a mano con disegnati i simboli del suo popolo. La compro. Voglio portarmi via i ricordi e i simboli più veri, tipici della loro cultura.
Poi noto dei piccoli dipinti disegnati con acquerello. In uno cè raffigurato un uomo su una piccola barca che sta pescando, in un altro u uomo e una donna su una barca girati di spalle con la luna e le stelle a illuminarli. Le chiedo che significato abbiano e soprattutto chi li ha dipinti.
Lei mi risponde con un sorriso: “il primo è il mio papà che va a pescare! il secondo sono la mia mamma e il mio papà quando si sono innamorati..” e poi conclude: ” e li ho dipinti io..”
Emozionato e fiero, acquisto questa grande opera d’arte creata dalla fantasia di un’artista bambina.
Riparto con il traghetto verso la “Isla Taquile”, un isola rocciosa e selvaggia in mezzo al lago abitata da Taquileni.

 

Torno verso la riva e la città di Puno con un lago interiore di emozioni molto profondo. La giornata di oggi mi ha segnato molto in positivo. Sono sicuro che quando sarò lontano da qui e ne avrò bisogno chiuderò gli occhi per immaginarni galleggiare in queste acque con i colori e la purezza di questo splendido popolo.

Diario di Viaggio Perù – MACHU PICCHU

17 agosto –   L’ombelico del mondo
Passo la mattinata a recuperare il sonno e le energie consumate per la montagna arcobaleno. Esco per un ultimo giro a Cuzco. Mi rattrista molto lasciare questa cittadina. I giorni passati qui mi hanno reso una persona nuova, la sua energia mi ha riempito l’anima. I colori di questo popolo hanno dipinto i miei pensieri di sorrisi e positività.
Gli occhi grandi di quelle donne con i loro bimbi a mo di zaino sulle loro schiene non li potrò scordare. Cosi come i volti rugosi degli uomini scolpiti dall’aria di montagna. I loro sorrisi genuini come le viette strette fatte di antichi ciottoli che sembrano muoversi e camminare inseme a me. La città mi sembra viva e come se fosse una persona a cui confidare senza timore i propri pensieri e le emozioni.
L’ombelico del mondo è qui.
Si, ora ne sono sempre più certo…

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18 agosto
MACHU PICCHU
Saluto Cuzco salendo su un piccolo bus che in un paio d’ore attraversando paesini dispersi sulle Ande, mi condurrà a Ollantaytambo.
Qui salirò sul treno dei treni “l’Inca rail ” che mi porterà a sua volta a Aguas Caliente cittadina ai piedi di Machu Picchu.
Il viaggio in treno Inca rail è uno dei più spettacolari che abbia mai fatto. Il percorso che attraverso è meraviglioso. il treno costeggia il fiume Urubamba e tutta la valle sacra Inca, terminando il suo viaggio all’inizio della selva amazzonica nel mezzo di montagne altissime ricoperte di vegetazione. L’Inca rail è dotato di un tetto panoramico adatto per far ammirare ai turisti la bellezza della foresta selvaggia che si arrampica sulle Ande. Girando lo sguardo fuori dal finestrino si rimane colpiti dalle rapide veloci del fiume Urubamba contenenti rocce imponenti che con la loro grandezza deviano il corso dell’acqua. Uno spettacolo naturale a cui assisto compiendo un viaggio nel viaggio. Insomma per me è il viaggio in treno più bello di sempre.

Arrivato a destinazione mi metto a cercare come un disperato l’albergo che mi ospiterà la notte prima di salire a Machu Picchu. Con la mappa in mano mi perdo in una cittadina finta, costruita soltanto per ospitare i turisti che si recheranno al sito archeologico Machu Picchu. Insomma non mi piace proprio! tante bancarelle con souvenir, alberghi e ristoranti e niente di più! Cè troppo business qui fatto per sfruttare l’immagine di Machu Picchu. Non sò se gli antichi Inca apprezzeranno dalle loro tombe tutto questo.
Mentre penso di essermi perso tra le viette, incontro per un puro caso del destino tre ragazze spagnole provenienti dai paesi Baschi. Iniziamo a parlare e viene fuori che anch’esse si sono perse e alloggiano nello stesso mio albergo. Cosi iniziamo insieme a cercarlo. Sono le 21,00 ed entriamo nell’albergo. Nel frattempo inizia a piovere.  Ci diamo appuntamento l’indomani mattina per salire insieme a Machu Picchu. l’appuntamento è prestissimo alle 3,30 pronti per affrontare la fila di gente che prenderà il bus per salire sul sito archeologico piu importante del Sudamerica.
Intanto continua a piovere sempre più insistentemente, saluto le ragazze, salgo in stanza e esco a cenare. Mangio un piatto tipico di questa zona: las truchas ( trota) buonissima!
La pioggia però scende sempre più forte e sembra non voler cessare. Torno in albergo ma non  chiudo occhio. Sono troppo emozionato. Sono le 22,00 e tra poche ore vedrò e realizzerò il sogno della mia vita : il Machu Picchu!
Non penso alla pioggia perchè sono convinto che domani mattina cesserà. Insomma non è possibile ! è tutta la vita che aspetto questo giorno e non può di certo piovere! cavolo!
Suona la sveglia sono le 3,00 fuori è buio e diluvia. Sono troppo agitato ed entusiasta. E’ arrivato ” IL GIORNO DEI GIORNI !! ” Scendo a far colazione e incontro le tre ragazze Spagnole e insieme ci rechiamo alla fermata del bus. Diluvia e compriamo degli impermeabili. Verso le 5,30 saliamo sul bus e finalmente alle 6,00 arriviamo all’entrata di Machu Pichu!!
Non stò più nella pelle ..
Il mio cuore smette di battere anzi no batte ancora più forte..
Entro e la pioggia che cade sul mio impermeabile rimbalza sul mio viso confondendosi con le mie lacrime. Un brivido freddo mi attraversa dalla testa fino ai piedi ma fermandosi prima dalle parti del cuore. Mi sento sollevato da terra ma incollato al sentiero che gli Inca costruirono. Piango e rido. Non riesco a smettere di girarmi intorno come un bambino felice.

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Non ci credo non può essere vero è tutta la vita che aspettavo questo giorno!
Cerco di mantenere la calma e respirando lentamente ascolto la guida che in spagnolo racconta a me e alle mie amice basche la storia di questa meraviglia del mondo.
Camminando lungo il sito vedo finalmente tutto quello che avevo letto e visto nei libri e nei documentari, attraverso i terrazzamenti, le abitazioni di pietra, i canalini costruiti per irrigare e assetare la popolazione. E’ enorme! più di quanto lo si possa immaginare e poi è cosi in alto tra le nuvole come se fossimo sospesi nell’aria.
Proprio una grande nuvola bianca all’improvviso attraversa il sito. Una fitta nebbia ci soccombe e insieme ad essa continua la pioggia.
” Oh nooo..” penso io.. ” non si vede più nulla..il peggiore dei giorni per venire qui..” mi rattristo e la guida lo nota rassicurandomi che verso le 10,00 si schiarirà.
Sono un pò nervoso, vorrei tanto scattare delle foto ricordo da portare con me per tutta la vita ma se questo tempaccio non cambierà tutto sarà inutile.  Cosi cerco di calmarmi e sorrido, sò che più tardi si schiarirà. Sò che gli Inca mi faranno questo regalo, sò che madre tierra Pachamama mi osserva e vuole che io sia felice.. sò che il dio sole Inti oltrepasserà quella nube e farà cessare la pioggia.
Verso le 10,30 il miracolo! cessa a pioggia e il sole bacia il luogo per me più bello al mondo! l’energia che percepivo fin poco prima ora si miltiplica. Le tre ragazze spagnole notano la mia allegria dicendomi ” Ale tu sei troppo emozionato sei la felicità in persona ! fai parte di questo luogo e di questa terra…”
Rido e poi ripiango ancora. Tocco le rocce, bacio la terra, penso al Condor al puma e al serpente. Agli Inca e alla natura.
Saliamo più sù nel punto dove si scatta la cosidetta foto classica e la vista della cittadella è la più totale. Tutt’intorno le Ande composte dalle quattro montagne sacre Inca, la foresta e molto più giù il sacro fiume Urubamba.
burst
Una vista sensazionale sognata per tutta la mia vita e fotografata con tutta la mia mente.
Proseguo il percorso all’interno del sito percorrendo prima il cammino del Sol e poi il più insidioso sentiero che conduce fino al Ponte Inca. Percorro sentieri stretti mozzafiato a picco sulla fitta foresta amazzonica. Uno spettacolo unico al mondo il trekking più bello si sempre.
verso le 14,00 usciamo dal sito. Osservo assopito per l’ultima volta quello che era sempre stato “il mio sogno”. Era, perchè ora l’ho realizzato.. Lo guardo bene gli parlo piango ancora sorrido. Un energia innaturale sembra attraversarmi il corpo, mi sento un uomo nuovo fiero di me stesso e positivo. Esco salutandolo con un bacio sulle pietre. Cosi facendo dò un bacio alla Pachamama (madre terra). Saluto gli Inca. Grazie !
All’uscita passo per il timbro di Machu Picchu sul passaporto. Altra gioia! bacio anche il timbro!

Ora è tempo di tornare a Aguas Caliente e scendo a piedi tra i sentieri della montagna accompagnato dalle tre mie amiche. In paese ci fermiamo a bere una birra per festeggiare iln grande giorno passato e per salutarci dato che le nostre strade qui si dividono: di li a poco loro prenderanno un bus che li farà proseguire viaggiando in Bolivia mentre io dovrò tornare verso Cuzco per poi andare a Puno.
Ho passato momenti indimenticabili con loro e mi prometto che un giorno andrò a Bilbao a trovarle.
La sera in albergo ripenso ancora alla giornata appena vissuta. Non riesco a capacitarmi ancora di essere stato a Machu Picchu! spengo la luce e sorrido ancora. Chiudo gli occhi e sogno.
Oggi è stato il giorno più bello della mia vita.

Diario di viaggio Perù- MONTAGNA ARCOBALENO

16 AGOSTO
Montagna arcobaleno (Apu Winicunca)
la sveglia suona alle 2,30 di notte. Sono teso ed emozionato perchè quest’oggi affronterò un’avventura molto particolare. Non da tutti. Superare i 5000 metri d’altitudine camminando per ore con pochissimo ossigeno.
Ho visto molti filmati riguardanti questa escursione e sò che non è facile affrontarla, ma la voglia di esplorare e superare me stesso è troppa.
Alle 3,30 passa la guida peruviana a prendermi e dopo una camminata per le vie dormienti di Cuzco, alle 4,00 salgo sul bus che mi condurrà lassù a quota di partenza di 4500 metri.
il viaggio in bus dura circa tre ore e le passo tutte dormendo. Meglio cosi perchè almeno non assisto alle manovre da pazzo che compie l’autista del bus sui sentieri a picco delle Ande.

 

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Verso le 7,00 arriviamo a destinazione. Scendo dal bus e il paesaggio che mi accoglie è uno dei più suggestivi al mondo. Un’ampia vallata di rocce di color giallognolo e marrone contornate dalle cime più alte delle Ande Sudamericane.  Al campo base domina un grande cartello verde con incisa la scritta “Welcome to mountain colours Apu Winicunca”

Fà molto freddo e subito vengo colto da giramenti di testa e mancanza di respiro, del resto siamo a 4500 metri e me lo aspettavo.
Noto che la stessa situazione stà capitando un pò a tutti. Siamo circa una sessantina di escursionisti di tutte le nazionalità : italiani, peruviani, cileni, brasiliani, argentini, americani, australiani, francesi ecc.. e quasi tutti siamo storditi da quest’aria rarefatta!
Le guide peruviane ci raggruppano in cerchio e da veri leader ci incoraggiano urlandoci contro tutta la loro carica.
Ma mi sento davvero scarico e non acclimatato a questa quota di altura. In effetti sono a Cuzco da soli due giorni e salire qui sopra cosi presto forse è stata una cazzata! era meglio aspettare ancora un giorno almeno, in modo che il mio corpo meglio abituato all’altura ne soffrisse meno la mancanza d’ossigeno. Questo è quello che mi passa per la testa… Ammetto che un pò di ansia mi era salita ma il mio carattere deciso e determinato mi fa calmare. Respiro o almeno ci provo parlo con il mio zaino dicendogli andrà tutto bene!
Entriamo in un tendone del campo base e facciamo una ricca colazione a base di cioccolata, pane, e sopratutto mate de coca.
Il cammino che ci porterà fino a quota di 5200 metri ad ammirare la terra colorata durerà circa tre ore. Cosi Finita la colazione decido insieme ad altri escursionisti di affrontare la prima parte del cammino con l’aiuto di un cavallo. Qui conosco Julia, una splendida ragazza francese anche lei in viaggio da sola.
Insieme cavalcando due cavalli percorriamo il primo tratto di salita. Il colpo d’occhio è bellissimo.

 

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Non sembra di essere sulla terra ma su un altro pianeta. Alte cime Andine probabilmente di 6000 metri ci sovrastano e sulle loro cime si intravede il bianco della neve. Un paesaggio lunare, colorato di malinconici colori giallastri mischiato al verde del muschio, ci ipnotizza. Il profumo dell’aria limpida e incontaminata si inebria dell’intenso odore delle erbe di montagna.
Intorno a me alcuni uomini andini mi seguono con lo sguardo accompagnandomi in caso di bisogno fin sù in cima. Vestono con abiti pesanti, maglioni di alpaca colorati e parlano il Quecha. I più anziani sorridono mettendo in evidenza le rughe, disegnate sui loro volti come fossero montagne scavate nella loro valle di esperienza.
Sono molto poveri è vero.. ma dentro di loro sono molto più ricchi di noi. Vivono in questo paesaggio lunare lontano da tutto e tutti. Vivono in casette di pietra o in tendoni ma quando la mattina aprono gli occhi non vedono lo stress di un sole spento e frettoloso, ma l’azzurro del cielo macchiato dal bianco limpido delle nuvole lente.
il profumo dell’aria fredda mi accompagna e il cielo è più azzurro che mai.. A causa dell’aria pura con poco ossigeno i colori sembrano più intensi più vivi. Branchi di Alpaca pascolano indisturbati liberi di fianco a noi.

 

E’ meraviglioso!
Mi giro ad osservare Julia e noto che anche lei come me si stà emozionando..
L’ultima parte del percorso è da affrontare senza cavallo. Gli ultimi 400 metri sono faticosissimi l’ossigeno è sempre meno e la testa comincia a farmi male. Temo possa accusare il “soroche” ovvero il mal d’altura come lo chiamano qui. Questo può portare a giramenti e mal di testa, mal di stomaco, vomito e persino edema polmonare. Ma sono molto determinato e cerco di non pensare al peggio delle ipotesi.
Piano piano giungiamo a quota 5000 metri! Resto incantato da cotanta bellezza ..
In meno di un attimo il mal di testa sembra passarmi, l’ossigeno di colpo ritornare e la fatica scomparire.
Davanti a me le montagne sono colorate!!!

 

Rimango sorpreso e con la bocca spalancata assaporo tutto l’arcobaleno che ricopre come una coperta la superfice fredda delle montagne.
Si passa da strati di verde al rosso, dal grigio al giallo, dal viola fino al blu.. Qui la natura si è davvero superata dipingendo ad alta quota il suo capolavoro usando un pennello colorato sulla tela insidiosa delle Ande.
Io e Julia scattiamo numerose foto, sia con la macchina fotografica ma sopratutto con la mente.
Saranno scatti che le nostre emozioni non dimenticheranno mai. Il vento soffia sempre più forte e il mal di testa sembra aumentare, ma i nostri corpi ipnotizzati dai meravigliosi colori non ne vogliono sapere di tornare.
Ci addentriamo ancor di più nel cuore della montagna seguendo un difficile sentiero ma ogni passo fatto è equivalente a farne dieci e il fiatone derivato dall’aria rarefatta sta per sfinirci. E’ un ambiente troppo tosto e restarci per troppo tempo può portarci a stare male.
Decidiamo di tornare indietro verso il campo base. Ci aspettano almeno altre due ore e mezzo di cammino in discesa ma pur sempre senza ossigeno.

 

La discesa a quest’altura può sembrare più facile da affrontare ma invece cosi non è.
Il mal di testa inizia a farmi soffrire e anche Julia accusa il colpo. Mastichiamo caramelle alla coca e con il loro aiuto continuiamo la discesa. Intorno a noi branchi di alpaca ci osservano in silenzio. alcuni di loro alzano il collo e fissandoci sembrano dirci ” Non fermatevi manca poco ce l’avete quasi fatta! “. Sono stupendi ci fermiamo qualche istante ad ammirarli.
Due ore più tardi giungiamo stremati al campo base. Pranziamo.
Parlo con Julia ed emozionata mi sussurra che viaggiare da soli è la cosa più bella del mondo, l’arricchimento interiore migliore e che l’esperienza di oggi l’ha memorizzata per sempre nella sua mente e nel suo cuore.
La guardo e sorrido. Penso anche io la stessa cosa. Le dico che sono felice di averla conosciuta. Lei mi risponde ” Lo sono anche io” . Questa montagna e questa ragazza mi hanno donato un qualcosa di magico. La cosa bella è che telepaticamente comunicavo con Julia in ogni singolo istante anche senza volerlo. Questo succedeva grazie a questo luogo incantato e a questi sentieri colorati che ispiravano nelle nostri menti le stesse identiche emozioni.

Diario di viaggio Perù – CUZCO e VALLE SAGRADO

14 agosto
– Verso l’ombelico del mondo – Cuzco
Sto volando verso Cuzco! non ci credo ancora.. Sono troppo emozionato. Tra poco più di un’ora sarò nell’ombelico del mondo..
Così era chiamato dagli Inca. Cuzco in lingua quechua significa proprio “centro” “ombelico”. Già perchè era la capitale dell’impero Inca, nonchè il “centro del mondo”.
L’ho ammirata centinaia di volte sui libri, nei documentari e ogni volta provavo un senso di attrazzione energetica incredibile. Proprio come mi succede osservando le foto e i video di Machu Picchu.
Ma per provare questo tipo di sensazione bisogna conoscere la sua storia. Una leggenda attribuisce la sua fondazione ad un essere leggendario chiamato Manco Capac, insieme a sua sorella e consorte Mama Ocllo, divenuto poi primo imperatore.
La leggenda inoltre dice che questo luogo fu rivelato da Inti (il dio sole). La mappa di Cusco antica ha la forma di un puma ( animale sacro) con la piazza centrale occupata dal petto dell’animale. La testa del puma sarebbe ubicata nella collina dove sta la fortezza di Sacsayhuamàn. La città è situata al centro della cordigliera ad un altitudine di 3400 metri. Era chiamata “centro” “ombelico” perchè secondo la mitologia Inca in essa confluiva il mondo degli inferi ( Uku Pacha) con il mondo visibile (Kay Pacha) ed il mondo superiore (Hanan Pacha). Un luogo mistico, magico carico di energia.

 

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– Atterraggio a Cuzco –
Appena l’aereo apre gli sportelloni vengo colpito da un forte un giramento di testa. Sento troppo la differenza di altura e incomincia a mancarmi l’aria. Faccio fatica a respirare ma sò che è una cosa normale per chi arriva qui. Mantengo la calma e mastico delle foglie di coca contenute in un cesto all’ingresso del piccolo aereoporto.
In albergo mi preparano subito del mate de coca. Una tisana ma con foglie di coca. Serve a far acclimatare l’organismo con l’altura. è buona, calda e devo dire che il suo effetto lo fà. Per tutta la mattinata rimango disorientato fisicamente ma poi pian piano inizio a respirare meglio.
Masticare foglie di coca e bere il mate è una tecnica naturale antica usata dagli Inca ma ancor prima dagli Aymara per sopravvivere a questa quota all’aria rarefatta delle Ande.
Nel pomeriggio esco con il mio zaino in esplorazione per le viette strette di Cuzco e me ne innamoro profondamente. Stradine srette, cielo azzurro, montagne che la circondano, colori dell’arcobaleno indossati dagli abitanti, muri di pietra antica, profumi di festa e tanta musica Andina.
Mi vengono incontro donne colorate con stretti sulle spalle come fossero zaini i propri bimbi, che vogliono vendermi braccialetti dipinti di vita quotidiana andina.

 

Mi muovo per le vie disorientato, un pò perchè non ho ancora superato il mal d’altura e un pò per la mia curiosità. Sono fortemente emozionato. Una sensazione mai provata prima per nesuna città del mondo..
La sera poi Cuzco si veste dei colori delle stelle e di luci regalate dalla Pachamama. (la madre terra)
Le stelle illuminano le stradine di ciottoli della vecchia capitale dell’impero Inca ed attuale capitale della cultura delle americhe.
Qui percepisco, dentro di me, un’incredibile energia,  mai provata prima.. Un richiamo, una voce, una musica proveniente dall’interno dell’ombelico e diretta nel mio io più profondo..
Mi sembra di essere un tuttuno con la città stessa. Mi sembra di essere parte di lei e lei di me. Sorrido, e persino gli oggetti mi sembrano aver vita propria. I sentieri mi parlano indicandomi dove devo andare. Impossibile smarrirsi perchè mi sento stretto mano nella mano da lei e mai lasciato solo. Percepisco una forza incredibile per affrontare questo viaggio e non solo.
Ora capisco perchè per gli Inca Cuzco era il centro dell’universo. Quest’oggi ho captato un’energia positiva incredibile, forse inumana, sovrannaturale che mi stà caricando dentro..
Questa sensazione la sto provando io ora, come un tempo la provavano loro.

 

15 agosto
– Valle sagrado-
Sono pronto per la prima escursione nella valle sacra degli Inca. E’ la valle del fiume Urubamba che attraversa le Ande vicino a Cuzco. Di buona mattina alle 8,00 salgo sul bus che mi porterà come da prima tappa alla cittadina Inca di Pisac. Sul bus stringo amicizia con un ragazzo brasiliano di nome Adhemar. Arrivato a Pisac rimango stregato dalla bellezza del sito archeologico.

 

Davanti ai miei occhi increduli appaiono una una serie di terrazzamenti antichi tipici della cultura Inca che a semicerchio scendono lungo la montagna. Intorno la vegetazione e un sentiero che ripercorre i passi fatti dai cittadini Inca per giungere alle loro abitazioni ancora esistenti situate un pò più in cima.
Seguo il sentiero rimaendo più volte incantato nell’osservare i mitici terrazzamenti. E’ la prima volta che li vedo dal vivo senza il filtro di una pagina di carta di un libro o dello schermo di una televisione. I terrazzamenti erano stati progettatti intelligentemente dagli Inca per poter praticare l’agricoltura su queste alte montagne. Coltivavano mais, patate ecc.. la dove sembra davvero impossibile..
Meravigliato faccio il giro del percorso spingendomi sempre più in alto giungendo davanti a vecchie rovine di abitazioni Inca. Qui conosco un secondo amico brasiliano anch’esso da solo di nome Diego. Con Adhemar e Diego nascerà una forte amicizia.
Come seconda tappa mi attende la magica cittadella di Ollantaytambo. E’ posta a circa 75 chilometri nord-est da Cuzco. Questa fortezza Inca il cui nome significa locanda di Ollantay (il nome di un guerriero) Fu una delle città dove Inca e spagnoli si sono batutti quando Manco Inca cercava di raggruppare la resistenza Inca dopo la disfatta di Cuzco.

Qui delle ripide scale si inerpicano sui terrazzamenti fino ad arrivare al cuore del tempio di cui restano solo le rovine.
Percorrendo i 250 gradini si ha la sensazione di tornare nel passato respirando l’odore della cultura Incaica. Ai piedi di questa fortezza si sviluppa una cittadina, stazione di partenza del treno, che porta ad Aguas Calientes, ultimo avamposto prima di salire a Machu Picchu.

Diario di Viaggio Perù – LIMA-

IL MIO PERU’
– Diario di viaggio-
Finalmente è arrivato il grande giorno. Sono pronto per partire per il mio primo viaggio in solitaria. Ho scelto il Perù perché per me vuol dire raggiungere “la meta dei miei sogni”. Questa terra rappresenta la storia della civiltà più affascinante di sempre. Gli Inca. Ahimè i conquistadores spagnoli con la loro invasione, hanno lasciato ben poco della cultura di questà civiltà. Ma la città di Cuzco e l’incredibile cittadella di Machu Picchu hanno ancora tanto da comunicarci compresa la loro incredibile energia.
Inoltre per la maggior parte del tempo sarò lassù tra le Ande accompagnato dal mio zaino, il mio amico fedele, e mischiare la mia sete di conoscenza della storia con la fame di avventura dei selvaggi sentieri delle foreste, dei fiumi, dei laghi e dei Canyon sudamericani rappresenta per me il massimo. Il mio viaggio durerà 20 giorni. Ve lo racconto..
………….
11- 12- 13 Agosto
….
– Partenza dall’Italia e arrivo a Lima. –
Parto da Milano Malpensa e faccio scalo a Barcellona. Riparto e atterro all’aereoporto di Lima di notte alle 00,30 ora locale peruviana del 12 agosto.
Li mi attende un’autista che mi porta in albergo. Sono molto stanco ma incuriosito cerco di osservare dall’auto il mio primo scorcio della capitale peruviana. Passo da quartieri non molto eleganti ma finalmente giungo a Miraflores uno dei quartieri turistici e sicuri di Lima. L’albergo è carino e la mia stanza molto umile e semplice. Cerco di addormentarmi, sono cotto, in aereo avrò dormito solo un’ora.

 

 

Mi sveglio alle 9,00 dormendo forse quattro ore. Apro gli occhi ma non connetto ancora bene. Stento a crederci ma sono in Perù…ce l’ho fatta! Mi faccio una doccia e scendo per fare Desajuno (colazione) Non è male! fette di torta, pane e marmellata succo di frutta. Cè anche il caffe ma non “espresso” però. Beh sempre meglio che niente.

Qui a Lima vive un mio caro amico, trasferitosi ormai più di tre anni fa. Si chiama Alberto e comunicando con lui dall’Italia, mi ha dato una grande mano per l’organizzazione del mio viaggio.
Lo avviso via messaggio del mio arrivo e mi faccio consigliare una zona tranquilla da visitare da solo. Mi consiglia di andare a Miraflores Larcomar o nel quartiere di Barranco. Ma da buon amico mi dice di tenere sempre gli occhi ben aperti. Qui siamo in sudamerica e perdersi finendo in qualche quartiere malfamato è un attimo.
La mia prima camminata solitaria per Lima è fantastica. Osservo la gente, i loro vestiti, i modi fare, le abitazioni, le loro automobli e i loro negozi. Mi guardo intorno incuriosito e affascinato. Arrivato a Larcomar con grande emozione vedo il primo elemento che mi fa capire definitivamente di essere in Perù: L’immenso Oceano Pacifico.
Bellissimo, enorme e si sente il forte rumore delle onde che si infrangono sulla spiaggia. Resto per un istante muto ad a osservarlo. Lo osservo dall’alto perché sotto i miei piedi un’altissima scogliera mantiene questa parte della città di Lima ad un’altezza superiore di circa un centinaio di metri sull’oceano. Quasi a protteggerla. Soffia un forte vento e i surfisti sulla spiagga ne gioiscono.

 

 

Nonostante qui è inverno non fa ne freddo ne caldo. Indosso una felpa.
I peruviani sono molto cordiali e gentili. Nel pomeriggio prendo un taxi e faccio una sorpresa ad Alberto raggiungendolo nel negozio dove lavora. Che bello rivederlo! ci abbracciamo.
Riprendo il taxi e dopo aver cenato torno in albergo. Sono troppo stanco a causa soprattutto del fuso orario e penso che tra due giorni inizierà il mio tour de force sulle Ande…Vado a dormire presto alle 21,00 crollo nel mondo dei sogni..
Ho dormito troppo quasi dieci ore, ma cosi facendo ho recuperato un pò di sonno causato dal jet leg!
Prendo il mio zaino ed esco in esplorazione per la città. Lima è una città caldissima sotto il profilo del traffico automobilistico. Sono tutti dei pazzi. Suonano in continuazione il clacson e non seguono nessuna regola, tutti cercano di superarsi a vicenda tagliandosi la strada. Non guardano i divieti ma almeno si fermano ai semafori rossi. La cosa strana è che i poliziotti non fanno nessuna multa e non fermano nessuno.
In compenso i tassisti sono simpaticissimi. Alcuni ballano mentre guidano con la musica latina dell’autoradio. Il trucco con loro è trattare sempre ogni corsa, se ti chiedono 20 soles tu gli dici che paghi 10 e cosi via..
lo stessa cosa la si fà nei negozi. Bisogna trattare tutto dall’acquisto di una maglietta bianca al più colorato dei maglioni d’alpaca. Solo nei ristoranti non si tratta.

 

 

Verso mezzogiorno incontro il mio amico Alberto con sua moglie Wendy e la loro piccola Luciana e mi portano a mangiare in un ristorante a buffet dove posso assaggiare quasi tutti i piatti tipici peruviani. Il cibo peruviano è buonissimo, una delle cucine più rinomate al mondo. Infatti rimango a bocca aperta.. ma poi beh, la chiudo per masticare! Si passa da buonissimi antipasti di zuppe a piatti a base di patate. Qui ne esistono più di trecento tipi. Poi il rocoto relleno, un grosso peperone piccante ripieno di carne e formaggio fuso. La palta a la reina un avocado con isalata russa. Anche il pesce è squisito! tra i piatti tipici il Pescado a la macho, la Chupe, e il Ceviche. Poi la carne con filetto di vitello, agnello o alpaca, il Lomo saltado, il Pollo Asado. Infine i dolci con il dulce de leche e il suspiro limeno. Questi sono solo alcuni dei piatti che ho assaggiato.
Prima però abbiamo iniziato con un buon bicchiere di Pisco Sur, un cocktail tipico del Perù.
Brindiamo a questo mio viaggio e al nostro incontro. In serata li saluto e orgogliosi mi fanno un grande in bocca al lupo per il viaggio che sto per intraprendere da solo sulle Ande. Sanno che sarà un tour de force avventuroso. Ma io sono pronto e domani ho l’aereo per Cuzco! la capitale dell’impero Inca.. Mi aspettaranno poi altre meraviglie tra cui il sogno della mia vita: Machu Picchu…

Secondo viaggio sulla Via Francigena

Pronti! ripartiamo per la seconda tappa del nostro viaggio in mtb sula VIA FRANCIGENA. Esattamente dopo un anno, Io e Tommaso ci apprestiamo a ripercorrere i sentieri storici dell’antica via che nel medioevo univa Canterbury a Roma. Lo scorso anno partendo da Pavia tra pianure, colline, fiumi e monti eravamo giunti fino al mare più precisamente a Marina di Massa percorrendo ben 264 chilometri.
Quest’anno si è aggiunto anche Mauro, compagno biker pronto insieme a noi ad affrontare questa bellissima nuova avventura

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PRIMO GIORNO

Carichiamo le mtb in auto e scendiamo lungo l’autostrada poco più avanti del punto dove eravamo giunti lo scorso anno.
Una volta arrivati, ci mettiamo i caschi in testa e lo zaino in spalla e carichi come non mai saliamo in sella alle nostre “bimbe” ! Si parte! la seconda tappa della nostra Via Francigena sta per iniziare.
Come primo giorno, e data l’ora ormai tarda, quasi le 18,00, ci diamo come obbiettivo d’arrivo serale la città di Lucca.
L’entusiasmo iniziale non manca e la convinzione di passare un altro viaggio indimenticabile è alle stelle.
Passiamo Pietrasanta “la piccola Atene d’Italia” e dopo un breve tratto pianeggiante asfaltato entriamo a Camaiore e nell’antica Badia. La strada non è delle più belle della francigena. Ci si addentra in paesi tra case e strade statali. Qui il percorso pianeggiante finisce e dopo aver incrociato dei primi pellegrini che stanno compiendo il loro percorso a piedi, ci apprestiamo ad affrontare la prima salita impegnativa, quella che porta a Montemagno. Una volta entrati in paese ci fermiamo a rifiatare per qualche minuto. Guardando l’orologio ci accorgiamo che sono già le 20,30 e bisogna arrivare a Lucca prima che faccia buio. Un cartello ci ricorda che mancano ancora una ventina di chilometri. Ci affrettiamo a rimetterci in sella e dopo una bella discesa scendiamo nella valle del torrente Contesola e finalmente raggiungiamo Lucca a buio inoltrato. Qui non avendo prenotato in precedenza da nessuna parte, troviamo ospitalità presso un B&B gestito da Franco, un simpatico signore Romano. Dopo una bella doccia scendiamo in centro a Lucca per divorarci per cena pizza e una birra.

SECONDO GIORNO

Al nostro risveglio ci aspetta una grande colazione. Sappiamo che è il pasto più importante della giornata per ne aprofittiamo per abbuffarci di tutto ciò che il B&B dispone. Caffè, fette biscottate, miele, un pezzo di torta, un toast, succo e tanto altro.
Salutiamo Franco e da buon rito ci rechiamo in sella alle bici, nella piazza centrale di Lucca dove un turista ci scatta gentilmente una foto che ci ritrae tutti e tre insieme.
Partiamo abbastanza tranquilli perche mentalmente sappiamo che la tappa di questa mattina sarà quasi tutta pianeggiante e ci porterà fino a San Miniato. Una tappa mattiniera di quasi 50 chilometri.
Prima di uscire da Lucca però decidiamo di fermarci in una panetteria. Qui una simpatica panettiera di nome Laura ci dà delle dritte per seguire al meglio il percorso da fare e sopratutto ci prepara quello che sarà il nostro pranzo da consumare a San Miniato. Dei buonissimi panini.
Una volta usciti da Lucca miriamo dritti verso Altopascio. Iniziano degli saliscendi semiimpegnativie dopo aver superato anche Galleno giungiamo a Fucecchio. Una volta superato il fiume Arno ne percorriamo per un breve tratto l’argine e arriviamo a San Miniato.
Ma prima di arrivare verso il centro del paese ci imbattiamo in una piacevolissima sospresa|! Con nostro grande stupore notiamo lungo la strada un piccolo banchetto chiamato ” PICCOLO RISTORO DI VIA PARINI”. Si tratta di una semplice bancarella con delle sedie e tavolini. Sul tavolino vi è un’agenda da far firmare a tutti i pellegrini che a piedi o in bici si fermano per riposare. Vicino all’agenda però vi è la sorpresa più grande di tutte! una borsa frigo lasciata da qualche buon uomo contenente bottiglie di acqua fresca e della frutta! anguria e mele!! un oasi di refrigerio! Ringraziamo ancora le persone che curano tutto questo. Cosi rinfrescati risaliamo in sella alle nostre mtb e pedaliamo per un paio di chilometri verso il centro del paese.
Qui ci fermiamo per un paio d’ore a pranzare e fare una pennichella al riparo dal sole.
Verso le 15,30 decidiamo di ripartire sotto un sole abbastanza cocente. fa caldo e decidiamo di proseguire piano piano con obbiettivo di arrivivare alla meravigliosa San Giminiano entro sera e quindi con altri 40 chilometri da pedalare.
Dopo qualche chilometro entriamo a Castelfiorentino e appena ne usciamo inizia una salita impegnativa. Passiamo Chianni, e Gambassi terme e quando pensiamo che la salita sia finita eccone ricominciare un’altra ancora più tosta.. Ma per chi sale in cima a questa collina cè un premio molto prestigioso.. uno dei più ambiti e belli al mondo..
Come premio per il nostro sforzo, la storia medioevale ci regala uno dei suoi borghi più belli: SAN GIMINIANO. Per chi ci entra per la prima volta come me, l’emozione è pari solo a quella delle visioni in un museo di un quadro del Botticelli, o di Van Gogh. è un opera d’arte assoluta considerata dall’umanità uno dei borghi più belli al mondo.
Una volta dentro le mura della cittadina ci rechiamo da Evelin, un’arzilla signora di 89 anni che ci affitta una camera con tre letti direttamente ricavata da casa sua. Siamo stanchi la giornata di oggi ci ha fatto macinare in totale 98 chilometri che sommati ai 45 di ieri fanno 143.

TERZO GIORNO
Dopo aver salutato l’arzilla signora Evelin e aver fatto una ricca colazione usciamo dalle mura della splendida San Giminiano. Oggi il caldo sembra molto più forte e l’affaticamento dei 143 chilometri fatti i giorni precedenti incomncia a farsi sentire. Inoltre oggi ci attenderà una tappa abbastanza impegnativa, quasi tutta con saliscendi sterrati e tanta salita. Ma la tappa di oggi ci promette anche di farci attraversare luoghi meravigliosi con una vista da sogno. Le bellissime strade bianche delle colline Senesi.
Cosi dopo aver attraversato Poggibonsi ci immergiamo finalmente in un paesaggio da cartolina. l’ambiente incomincia a essere spoglio e privo di vegetazione. Il caldo si sposa perfettamente con il colore giallo dell’erba rinsecchita e quello più intenso dei campi di girasoli mischiandosi con il verde di qualche Cipresso. Il saliscendi della strada sterrata trasporta sotto le nostre gomme un terriccio bianco come il latte. Cosi bianco che sembra di essere in un dipinto. il caldo e la fatica sembrano scomparire davanti a quest’opera d’arte di madre natura. Ogni pedalata anzichè sfinirci ci ricarica alla vista di questo quadro. Impossibile non fermarsi per scattare qualche foto.
Questo era quello che cercavamo in questo viaggio.. La bellezza di questo posto non ha eguali al mondo. Meraviglioso!!!
Ma il nostro dipinto ancora non è terminato. Il pittore ha deciso di sosprenderci ancora di più e premiarci per tutta la fatica e lo sforzo fisico che stiamo compiendo. Infatti verso sera ci regala la sua ciliegina sulla torta. il suo colpo di pennello. Verso le 19,00 le nostre Mtb entrano trionfanti e stupite nella bellissima Siena..
Inutile spiegare con parole la bellezza di questa città. Basta osservarla per ritrovarsi catapultati in un mondo medioevale pieno di storia. le sue mura, alte torri, e piazza del campo sono solo dei dettagli che il pittore ha inserito in un contesto di colline, e paesaggi che si immortalano nella mente ogni volta che li si osserva e che si ripresentano la sera nei sogni ogni volta che chiudiamo gli occhi.

QUARTO GIORNO

La mattina facciamo colazione nella splendida piazza del campo di Siena. Siamo rimasti in due, io e Tommaso perche Mauro a causa di impegni di lavoro è stato costretto a rientrare.
Siamo molto carichi ma oggi si profila una giornata caldissima, forse la una delle più calde dell’anno. Del resto siamo alle porte di Agosto ma questo caldo sinceramente è molto anomalo.
Appena fuori le mura di Siena ci imbattiamo in un gruppo di giovanissimi Scout che entusiasti stanno affrontando come noi il viaggio verso la città eterna. Ci fermiamo con loro per scambiare qualche parola. Siamo circondati da un gruppo di ragazzi che con grande entusiasmo e sacrificio stanno affrontando il viaggio partendo dalla lontana Bergamo., e per lo più a piedi! complimenti ragazzi! Facciamo una foto e un video insieme a loro e li salutiamo portando con noi un pò del loro entusiasmo. Pochi chilometri dopo con nostro grande dispiacere salutiamo anche Siena ma ci addentriamo di nuovo in un quadro pittoresco naturale disegnato da strade bianche che attraversano una valle meraviglisa. Scendiamo e saliamo sulle colline infinite bagnate da una marea bianca di tericcio e circondata da erba secca e vigneti.
Infatti dopo aver superato la Val d’Arbia e Buonconvento ci addentriamo nelle splendide colline di Montalcino.
Fa molto caldo però, e nel pomeriggio ci fermiamo a riposare sotto una pianta nel pieno della valle. il sole non ci dà tregua ma è proprio grazie a lui che riesco a scattare una delle foto più belle di questo tour. i suoi raggi illuminano perfettamente i colori gialli della prateria d’erba secca ed esaltano il verde di qualche albero solitario di cipresso. lo scenario desertico accompagnato dall’innalzamento all’orizzonte delle colline ne completa la perfetta cornice. Questa foto la chiamerò Toscana !
Appena il caldo diminuisce risaliamo in sella alle nostre mtb e dopo una salita impegnativa la natura ci fá un ennesimo regalo: in lontananza cogliamo nel sottobosco un gruppetto di fagiani e vicini a loro un paio di esemplari di caprioli. Ci guardiamo entrambi sorpresi e incuriositi. Poi di colpo con un balzo selvaggio uno dei caprioli fugge tra l’erba secca e verde della collina portandosi con se anche il gruppo di fagiani. Che emozione !! .. Quindi arriviamo a San Quirico D’Orcia, l’ennesimo stupendo paesino medioevale sulle colline.
Le sue mura ci regalano l’ennesima entrata trionfale e un ostello un posto dove passare la notte. Ma per me e Tommaso quella sarebbe stata l’ultima notte di questo viaggio e così da veri avventurieri decidiamo di dormire fuori all’aperto sotto le stelle in mezzo alla splendida natura Toscana. La mattina dopo con sveglia alle 5,00 siamo pronti a ripartire ripercorrendo in bici altri 19 chilometri. Ma questa volta per andare in stazione e prendere un treno che ci riaccompagnerá a casa.
La fine di questa meravigliosa seconda tappa di viaggio sulla Via Francigena termina qui dopo circa 240 chilometri che sommati a quelli della prima tappa ne fanno ben 504 !
Sono stati quattro giorni indimenticabili trascorsi tra fatica, caldo e sete ma ripagati con la bellezza unica dei paesaggi toscani e delle cittadine medioevali che fanno invidia a tutto il mondo.
Per arrivare a Roma mancano altri 210 chilometri, e un terzo e ultimo viaggio già in programma, sancirá la fine del nostro grande percorso iniziato lo scorso anno a Pavia.
Evviva la Via Francigena!


ECCO IL VIDEO DEL CICLOVIAGGIO DAL MIO CANALE YOUTUBE:

Raggio di sole

Aprii gli occhi, rimasti chiusi e sognanti per tutta la notte e al mio fianco mi sorprese il volto sorridente di un raggio di sole. Un raggio caldo, dolce e profumato. Mi emozionò, e in silenzio sfiorò il mio cuore, svegliandolo e facendolo battere sempre piu forte. Non ci fù bisogno di alzare la tapparella, quel raggio talmente puro illuminò tutta la stanza. Ancora uno sguardo, e sorridendo decisi di portarlo dentro di me per tutta la giornata. “Mi illuminerà nei momenti più buii e difficili”. Pensai..
La giornata passò e ritornò la sera, e il raggio vellutato si riaddormentò con me spegnendosi pian piano tra le mie braccia. Mi baciò di luce stringendomi ai suoi dolci raggi. Sognai di svegliarmi insieme a quella dolce luce per molte future mattine, e portarla dentro per molti giorni..magari per sempre.
Perché quella luce era l’unica cosa che mi mancava per essere felice.

Ma.. se nè andò ..

Ora terrò sempre un po’ socchiusa la mia tapparella, lasciando aperto un piccolo spiraglio. Aspetterò che lei, la luce,  la oltrepassi attendendo stupito, che giunga fin sopra i miei occhi e dentro al mio cuore.

Alessandro Cusinato