VI RACCONTO IL MIO TICINO

Quando mi smarrisco, sento il bisogno di percorrere il sentiero che mi riporta qui da te. Le rane, le foglie, lo scorrere dell’acqua e il silenzio. Qui posso parlare con tutto e non essere sentito da nessuno. Qui posso ascoltare tutto senza essere disturbato da niente. Tu mi doni sempre quello che mi occorre: la pace, l’armonia, la storia e la natura. Torno sempre qui da te perchè, quando sono nei tuoi boschi, mi sento a casa mia.

Ti amo mio Ticino.

Ho voluto iniziare con la mia personale dichiarazione d’amore all’anima del fiume e ora vi racconterò qualche aneddoto della sua affascinante storia.

A due passi dalla grande metropoli milanese c’è un mondo colmo di silenzi, colori e armonia dove un un’escursione a piedi o in mountain bike ti può far vagare senza pensieri e senza una meta ben definita per ore ed ore. Un luogo pieno di biodiversità e di animo wild. Non è la foresta amazzonica, la giungla del Borneo o il selvaggio West ma è comunque il luogo adatto per raccontarvi una bella storia di natura e avventura. Ma prima devo tornare un attimo più indietro, anzi più che indietro verso nord, più precisamente in Svizzera nelle Alpi Leopontine. Qui da due diverse sorgenti, la principale sul Passo della Novena e la secondaria sul San Gottardo, nasce un fiume che per 248 chilometri attraverserà la stessa Svizzera e parte dell’italia settentrionale fino a sfociare nel grande fiume Po. Sto parlando del fiume Ticino.

In antichtà chiamato Ticinus dai Latini, che gli diedero questo nome per via del Canton Ticino sua zona di nascita. La sua vita inizia lassù in alto nelle due sorgenti dove Le prime gocce d’acqua si tuffano a capofitto verso una lunga discesa di sassi e minerali. Ad Airolo le gocce si bagnano l’una con l’altra diventando un piccolo fiume che dopo aver attraversato la Laventina sorpassa la valle Riviera, Bellinzona e il piano di Magadino per poi sfociare nel lago Maggiore. A Sesto Calende esce dalla calma apparente del lago per tornare veloce e irruente lungo il territorio italiano nel Parco del Ticino, vera oasi di natura incontaminata. Qui forte e impetuoso alimenta grandi canali come il Naviglio Grande che porterà l’acqua del grande fiume fino al centro di Milano. Ma noi restiamo qui, nella valle verde e selvaggia dove il fiume, con la sua presenza crea un ecosistema biologico ricco di biodiversità. Costituirà il grande polmone ecologico della Lombardia. Una piccola giungla amazzonica lombarda. La sua corsa continua a sud di Pavia (antica Ticinium) confluendo le sue acque nel fiume Po, del quale ne è il principale affluente. Ora vi porterò proprio all’interno del grande polmone lombardo, un paradiso per ogni escursionista o cowboy avventuriero. Qui sentieri sterrati penetrando per centinaia di chilometri all’interno della fitta giungla paludosa del parco si tuffano al contrario gettandosi dal blu dell’acqua del fiume giungendo alle numerose risaie arrampicandosi fino al verde della boscaglia.

Proprio il posto ideale per bel un trekking zaino in spalla, per un’immersione in apnea sopra la sella di una mountain bike o un impennata tra lo scorrere della corrente in Kayak! In sella o a piedi si possono attraversare piccoli borghi di casolari e fattorie, ambientate in un meraviglioso territorio di campagna in stile western americano. In canoa o Kayak si possono scoprire rapide vertiginose, capaci di condurti in luoghi incontaminati da non fare nessuna invidia ai selvaggi fiumi canadesi o dell’Alaska. I percorsi si snodano su sentieri boschivi fluviali che incantano il viaggiatore facendolo ammirare panorami naturali e numerose architetture storiche lombarde. La storia ci racconta che lungo la Valle del Ticino si susseguirono più fasi di insediamento di popolazioni di ceppo celtico. La prima fu la civiltà di Golasecca intorno al IX secolo a.c, poi nel 400 a.c fu il turno degli Insubri che si sovrapposero alla precedente popolazione mantenendone la cultura come era abituale tra i Celti. Gli Insubri distrussero la Melprum etrusca ricostruendola con il nome di Mediolanum (Milano). l’espansione di Roma portò la fine della colonizzazione dei Celti nel territorio dell’Italia settentrionale. Nel 218 a.c il Ticino fu territorio di scontro tra l’esercito romano del generale Scipione e quello cartaginese del condottiero Annibale nella mitica “battaglia del Ticino” in quello che fu un importante episodio della seconda guerra punica. Per la prima volta il fiume fu testimone della presenza di un altro animale bellico usato dall’uomo oltre al nostro amato cavallo. La novità fu l’elefante che Annibale importò dall’Africa, facendolo entrare in territorio italico passando da un varco tra le Alpi. Non siamo in grado di stabilire la locaità esatta della battaglia, forse nei pressi dell’odierna Vigevano o Castelletto Ticino, ma sappiamo che Tito Livio raccontò che i romani costruirono un ponte di barche accampandosi nel territorio degli Insubri che secondo alcuni oggi è il territorio di Turbigo, mentre Annibale si accampò nei pressi sull’odierna Galliate ( sponda piemontese). Cosa nota è che Annibale fece abbeverare gli elefanti in zona Victumulis (Garlasco). Chissà ai tempi cosa pensarono i nostri cavalli alla vista di questa nuova specie! E non oso immaginare quello che pensarono alla vista delle loro proboscidi durante la battaglia. Saranno scappati galoppando? Facile farsi stregare nei trekking a cavallo dai luoghi e dai simboli di questi popoli antichi ma ancora più facile restare ammaliati da architetture storiche più recenti come il Castello di Vigevano, la Certosa di Pavia, L’Abbazia di Morimondo.

In questo parco, storia e natura si fondono insieme dando origine a un connubio di meraviglie difficili da dimenticare… Come non si può scordarsi che anche qui come negli Stati Uniti, la febbre dell’oro fece ammalare molti uomini intenti a cercare il prezioso metallo tra le sabbie aurifere accumulate nel corso delle piene. Questo accadeva già ai tempi dei romani fino ad oggi con I cercatori d’oro che muniti di stivali di gomma e armati di una batea, la padella che vediamo in tanti film americani, cacciano l’oro come fossero sul Colorado.

Il Ticino ha un’energia vitale molto particolare in grado di far innamorare ogni curioso avventuriero. Quando si percorrono i suoi sentieri si dimentica tutto lo stress della grande città e si assimila energia positiva capace di far ritrovare se stessi galoppando tra un pensiero e l’altro. I viaggiatori smarriti qui si ritrovano ascoltando il gracidio delle rane, lo scorrere dell’acqua e il canto dell’Airone cenerino apparentemente silenzioso quasi muto che invece esplode acuto e modulato appena spiccato il volo. I piccoli ruscelli che danzano vicino al grande letto del fiume emettono una musica orchestrale capace di far ballare persino il più rigido dei pensieri. Se si è stanchi ci si può fermare sostando lungo le calme lanche stagnanti colme di pace e tranquillità che sembrano nascondersi dai problemi della vita dietro ad alti canneti.

Insomma è il posto adatto per fare escursioni e per rigenerare la mente dai problemi e la quotidianità della vita da città, liberi come nel famoso libro di Jack London: il richiamo della foresta. Sulle strade sterrate della campagna padana si può sentire l’odore dei campi da coltivare appena concimati, e le sagome dei cowboy a cavallo appaiono robuste sui sentieri di sabbia bagnati dall’ombra del caldo sole. Canalini colmi d’acqua spaccano a metà i campi coltivati e il canalone del Naviglio Grande fa da battistrada al sentiero che condurrà un escursionista fino alla darsena della città di Milano. Ma il mio consiglio è quello di restare qui nell’Amazzonia lombarda o nella Colorado padana, nel corridoio ecologico tra Alpi e Appennini, tra la flora autoctona di Aceri, Pioppi, Querce, Ginepri, Betulle, Castagni e la fauna selvaggia costituita da mammiferi come la volpe, il tasso, il capriolo, da uccelli come la Cicogna bianca, il picchio, il cormorano, da rettili come la testuggine europea, la vipera e da anfibi come le salamandre, il rospo, e la rana. Una foresta sottomarina di sassi e alghe fanno da habitat ad una grande varietà di pesci come la trota, lo storione e il luccio, grandi predatori del fiume azzurro.

Concludo sorridendo e ringraziando il mio Ticino. Un luogo talmente magico da essere capace, usando l’immaginazione, di farti vedere qualche Indio accampato col suo cavallo lungo la riva del fiume e qualche altro che con una canoa naviga le sue correnti. Insomma una vera e propria giungla selvaggia pronta a catturare ogni singolo cuore impavido di  avventuriero intento a viaggiare nelle terre più inospitali e meravigliose della nostra terra.

Alessandro Cusinato

IL VACCINO DELL’UNIVERSO-COVID-19

LA NATURA CI STA DICENDO DI RALLENTARE

Oggi non potendo uscire ho bevuto un bicchiere di vino e poi felicemente sono fuggito fuori casa evadendo con la mia immaginazione. Mi sono ritrovato insieme al mio zainetto in un bosco di querce e pini mentre camminavo tra alberi, insetti e animali selvaggi. Il mio respiro lento e profondo fiutava profumi di primavera anticipata e aria pulita. la mia vista ammirava uno spettacolare collage di monti, colline, laghi, fiumi e le loro forme con i loro colori percorrevano sentieri che giungevano fin dentro alle mie pupille. Udivo il canto del vento e il cinguettio degli uccellini. Con le mani toccavo l’aria limpida della selva e con la bocca assaporavo sorsi d’acqua di sorgente. Tutto era al suo posto in un’armonia cosmica perfetta. La mia immaginazione mi fece proseguire seguendo il sentiero sterrato del bosco fino all’ingresso di una città. Case, palazzi, monumenti storici, strade e un ponte che attraversava un limpido fiume mi accolsero stupito. Al contrario del bosco questo luogo mi rattristì molto perché sembrava essere deserto. Nessuna persona che camminava, che andava in bicicletta o che voleva semplicemente fare due chiacchere con me. Non c’era nessuno ma solo silenzio e il rumore delle foglie trasportate dal vento. Ma poi, al contrario, qualcosa mi rallegrò. Notai che non c’era spazzatura, non c’erano mozziconi per terra e soprattutto non esisteva lo smog prodotto delle automobili e delle fabbriche. L’aria era leggera proprio come quella del bosco. Quando Riaprii gli occhi sorrisi felicemente sorpreso. Capii che tutto quello che avevo immaginato non era il frutto della mia fantasia ma era vera realtà! Vera come i delfini ritornati a nuotare nei porti privi di navi della Sardegna, vera come i fondali dei canali di Venezia tornati limpidi e pieni di pesci, vera come lo smog ormai scomparso dal centro di Milano.  << La natura si riprende la sua vita in nostra assenza. >> disse una donna incontrata in questo mio giro immaginario. << Avevo sempre pensato che quello torbido e fangoso fosse il colore naturale dei suoi canali. >> replicò un turista anch’esso incontrato durante la mia evasione guardando i fondali dei canali veneziani. E poi ancora: << Non avrei mai pensato che Venezia avesse un fondale cosi caraibico! possiamo tornare a tuffarci in laguna! >> esclamò un gondoliere.  << Che aria pulita… sembra di montagna. Un cielo cosi azzurro qui non si era mai visto… >> concluse emozionato il signor Brambilla in dialetto milanese guardando il cielo di Milano. 

UN BICCHIERE MEZZO PIENO

La realtà dei giorni attuali di un mondo fermo senza l’uomo, racconta che in Cina, uno degli stati più inquinati  al mondo, l’aria è tornata a livelli respirabili e il biossido di azoto è diminuito del 30% rispetto al solito. Un dato incredibile! un sogno!  << Finalmente la terra respira. >> era la voce unanime di tutte le persone della Terra, che nella mia immaginazione di un mondo ideale, avevo incontrato e che ora sembra essere divenuta miracolosamente realtà. Questa splendida realtà di un mondo finalmente pulito è una sorta di “consolazione” dai problemi di salute e dai danni economici che sta causando questo maledetto Covid-19.  Il virus giunto dalla Cina sino a noi, sta per fare il suo corso anche nel resto d’Europa, negli Usa e nel resto del mondo. Si preannuncia un’inestimabile catastrofe sanitaria ed economica di livello mondiale pari a quello delle due guerre mondiali combattute nel secolo scorso. Insomma stiamo vivendo in un periodo che verrà raccontato sui prossimi libri di storia e noi ne siamo dentro come acqua sporca in un bicchiere pulito. Ahimè non lo stesso bicchiere di vino che sorseggiavo prima di perdermi nella mia immaginazione… Ma se guardiamo bene dentro al bicchiere pulito del cosmo appoggiandolo sul tavolo dell’universo, osserverei questo virus come un elemento positivo per la nostra natura, e al contrario di ogni previsione io vedrei il bicchiere mezzo pieno. Lo paragonerei a dell’acqua che fuoriesce dal rubinetto cosmico che sta riempiendo fino all’orlo il bicchiere sporco, lercio, inquinato della nostra Terra. Esso saturo di sostanze inquinanti, capitaliste e maligne deve essere svuotato prima che sia troppo tardi. Basterebbe che una mano divina lo rovesci e noi umani ripartiremmo puliti da zero. Ma nessun divino di qualsiasi religione fino ad ora è giunto tra noi per rovesciarlo. Una grande mano invece cè la sta dando il Covid-19 fuoriuscendo inatteso e devastante come un fiume in piena dal rubinetto del cosmo, che sta spazzando via tutto lo sporco contenuto nel nostro inquinatissimo bicchiere.

Oggi l’attenzione del mondo è rivolto solo alla cura di questo virus lasciando in secondo piano l’aumento delle temperature nei ghiacciai di Artide e Antartide. Strano ma le due cose potrebbero essere in qualche modo collegate. Già perché forse la cura l’abbiamo già trovata senza saperlo e sarà il miglior vaccino in grado di non far sciogliere i ghiacciai polari e bloccare definitivamente i cambiamenti climatici. Questo virus sembra essere venuto per dirci che dobbiamo fermarci mettendo in quarantena noi e il nostro bellissimo pianeta. Nessun umano lo stava facendo accecato dalla vile luce del denaro e del potere, e c’è voluto lui, Mister Covid-19, a farci dire basta. Mi piace e voglio credere che questo virus sia un’opportunità che ci sta dando nostra Madre Natura da usare come ultima chance per salvare lei e la nostra umanità prima che sia troppo tardi.

Alessandro Cusinato

CAMMINO DEGLI DEI

Ci sono momenti di sfida, di curiosità, di viaggio e di tanta sofferenza. Si parte da Bologna per giungere fino all’ambita meta di Firenze. Attraversando gli Appennini emiliani e toscani affrontando un cammino lungo 137 chilometri si scoprono luoghi nuovi, una natura incontaminata, tanta storia antica e amici indimenticabili. Vi racconto la mia splendida avventura:

LA PREPARAZIONE

Lo zaino è quasi pronto. Al suo interno Indumenti leggeri per il giorno e pesanti per la notte, scorte di barrette energetiche, una mappa, attrezzi da trekking, il sacco a pelo e la tenda. Con me e il mio caro amico zaino ci saranno i miei compagni di viaggio e di avventura Tommaso e Roberto, ma soprattutto ci saranno le mie gambe che non smetteranno quasi mai di muoversi insieme alla mia testa. Già perché per affrontare un cammino del genere la concentrazione e la determinazione sono elementi che non possono mancare mai. E’ un cammino che di solito lo si affronta in cinque o sei giorni ma noi decidiamo di percorrerlo in soli quattro giorni. Impresa ardua perché serve una buona preparazione atletica per attraversare gli Appennini tosco emiliani colmi di dislivelli impegnativi in cosi poco tempo. Inoltre terreni difficili fangosi e il maltempo potrebbero ostacolarci. Ma noi siamo ben allenati e nulla potrà fermarci nel poter attraversare un cammino tra la natura selvaggia e la storia. Il sentiero infatti è una antica strada etrusca poi diventata romana (Flaminia Militare) attraversata da basiliche medioevali, rovine romane, resti della prima e seconda grande guerra e antiche conchiglie fossili.

PRIMO GIORNO

Parto in auto da Milano insieme a Tommaso e Roberto e giunti a Bologna ci fermiamo a dormire in un ostello situato in centro. All’alba zaini in spalla, partiamo dalla meravigliosa Piazza Maggiore. Nonostante siano le 6 di mattina altri viaggiatori camminatori come noi sono pronti per partire per il lungo cammino. Qui si aggiungono Chiara e Azzurra, due ragazze romane che decidono di affrontare il cammino insieme a noi. La colazione a base di panino con la mortadella e cioccolato ci sosterrà per molti chilometri e al grido << CARICIII CARICIII !>> partiamo! Il ritmo è buono e le gambe vanno da sole. Sono ben allenato e preparato tra trekking, palestra, mountain bike e con la testa libera vado avanti nonostante i 13 chili del peso del mio zaino. Cammino lungo la strada asfaltata che attraversa la bellissima Bologna e pian piano sale sempre di più passando da San Luca con i suoi archi sotto il portico più lungo del mondo che mi porta al santuario della beata vergine. Qui ci fermiamo per scattare una foto di rito e per scambiare parole di entusiasmo con altri gruppi di camminatori. Scendiamo giù a Casalecchio di Reno e costeggiando il Reno iniziamo finalmente un sentiero sterrato giungiendo a Sasso Marconi. Qui resto incantato davanti alla vista dell’acquedotto romano e del ponte di Vizzano. Al nostro gruppetto di camminatori si aggiunge il bergamasco Simone, un gran montanaro davvero tosto! Sarà un membro portante del nostro gruppo! Continuiamo verso l’area protetta di Contrafforte Pliocenico con i suoi fossili e la sua vegetazione particolare. Stremati ripartiamo in direzione Monzuno, il primo vero obbiettivo di sosta del nostro cammino. Ma prima si doveva salire in cima al Monte Adone. ( Il nome del Dio Adone dona il nome al monte come altri monti hanno nomi di altri Dei, e per questo si chiama “Cammino degli Dei”..) Stanchi ci rimbocchiamo le maniche e determinati raggiungiamo la cima rampicandoci su un sentiero ripido nel cuore dello splendido appennino emiliano. Una volta giunti in cima le due croci ci fanno sorridere di sofferenza ma godere di un bellissimo panorama. Sono esausto ma l’aver attraversato una natura meravigliosa e visto una buona parte di storia dell’umanità fa esclamare “wow!”.  Finalmente un po’ di discesa verso Brento e poi ancora salita su strada asfaltata passando da Monterumici in direzione Monzuno. Ora apro una parentesi giurandovi che quello che è accaduto da Brento a Monzuno ha del miracoloso… Già perché a tutti noi le forze e le gambe stavano per cedere, cosi come le nostre schiene a causa del peso dello zaino, ma la nostra testa era tanto determinata ad arrivare… A Monzuno… questo paese per noi “leggendario” che a un certo punto credevamo non esistesse nemmeno, talmente eravamo esausti e stanchi. le allucinazioni stavano per prendere il sopravvento sui nostri corpi non più lucidi quando all’improvviso la sagoma del cartello “BENVENUTI A MONZUNO” apparve lungo la ripida strada in salita.  Ebbene si! Dopo 14 ore di cammino e 40 chilometri percorsi con dislivelli terribili di mille metri finalmente eravamo giunti alla prima meta! Increduli, distrutti, affamati e anche nervosi, lasciamo andare le nostre sofferenze buttandoci in una cena a base di pasta e carne in una trattoria del paese. Finita la cena e recuperate le calorie, montiamo le tende nei pressi di un parco giochi per bambini. Stanco e stremato mi addormento rigustandomi in un sogno la durissima tappa appena passata e il percorso che ancora dovrò e dovremo compiere.

SECONDO GIORNO

Di buon mattino mi sveglio con le gambe pesantissime quasi bloccate. Non riesco a stare in piedi. La stessa sofferenza è percepita anche dai miei compagni di viaggio: Tommaso, Roberto, Chiara e Simone. All’improvviso notiamo che una persona mancava all’appello. La fatica aveva fatto la sua prima vittima: Azzurra infatti ci aveva abbandonato ritirandosi dal cammino. Probabilmente nella notte senza dir nulla a nessuno aveva deciso di mollare e ritornare a Roma. Complimenti comunque a lei… non è di certo impresa facile percorrere 40 chilometri sugli Appennini in una sola giornata! La determinazione in questi viaggi è un elemento fondamentale e dopo una veloce lavata di faccia in una fontanella del parco smontando le tende facendo una ricca colazione torniamo in pista proseguendo sui sentieri montani in direzione Madonna dei Fornelli. Le gambe nonostante sembrassero bloccate pian piano si scioglievano andavano avanti da sole comandate dall’entusiasmo e dalla voglia di superare i nostri limiti. Dopo venti minuti giungiamo a Campagne camminando in uno stupendo bosco di castagni. Poi la salita fino a Monte del Galletto e finalmente dopo circa tre ore su strada sterrata giungiamo a Madonna dei Fornelli. Il sentiero prosegue in una meravigliosa foresta scendendo giù fino al quadrivio di Pan Balestra, due ore di cammino dopo Madonna dei Fornelli. Da qui inizia la storica e mitica “Flaminia Militare” antico percorso romano datato 187 a.C. Nel bel mezzo della foresta appenninica giungiamo davanti ad un recinto e un cancello con scritto “Chiudere il cancello grazie”.  Ci passo e lo chiudo ( non si sa perché, probabilmente per non far entrare animali da bestiame) e faccio passare anche i miei compagni di viaggio. Proseguiamo fino alla Piana degli Ossi ed emozionato ammiro i resti di un’antica fornace datata II secolo a.C. Dopo diversi sali scendi molto faticosi giungiamo in una piana denominata radura delle Banditacce. Qui ci fermiamo a prendere fiato e far riposare la schiena perché quella che ci attende sarà una delle salite tra le più faticose dell’intero cammino che ci porterà sul punto più alto di tutto il percorso di 1200 metri di altitudine. Oltre ad essere la cima più alta è il punto quasi esatto che rappresenta la metà del cammino tra Bologna e Firenze! Giungiamo In cima  e soddisfatti ci riposiamo. Bello gustare la natura che ci sta ospitando. La discesa ci regala testimonianze storiche dell’antica presenza romana! Una meraviglia! Camminiamo in mezzo a boschi di conifere in direzione Futa nostro secondo obbiettivo del cammino. Sul Passo della Futa infatti si trova un camping dove pensavamo di passarci la notte. A pochi chilometri dal camping si trova un punto di interesse storico incredibile: il cimitero germanico. Emozionati ci togliamo gli zaini dalle spalle e come bimbi curiosi ci addentriamo per visitarlo. Prima che il buio scenda ci incamminiamo verso il campeggio e dopo aver montato le tende ci buttiamo soddisfatti sotto una calda doccia! Erano quasi due giorni che non mi lavavo e devo dire che dopo tutto questo sforzo una doccia d’acqua calda è il massimo che si possa desiderare.

TERZO GIORNO

Dopo una notte fredda, con fuori quasi zero gradi, avvolto nel caldo sacco a pelo mi risveglio tra la natura meravigliosa della Futa. Giusto il tempo di smontare le tende e fare colazione e ripartiamo verso l’Apparita. Zaino in spalla con entusiasmo saliamo sulla cima del Monte Gazzaro e poi in discesa attraversando una natura fantastica fino a giungere al Passo dell’Osteria Bruciata. Qui un tempo sorgeva una locanda rinomata per i suoi piatti di carne “umana” cucinati dal proprietario dopo aver derubato e ucciso i suoi clienti… anche qui la foto è d’obbligo. Inizia la strada in discesa. Mi sento in gran forma e aumento il passo andando avanti da solo lasciando indietro il mio gruppo. Volevo passare qualche momento in “solitaria” per riflettere e contemplare durante il cammino la bellezza di questa natura. Ma a causa della mia fretta nel scendere la montagna mi si infiamma la caviglia sinistra. Di colpo mi fermo, mi blocco e inizio a soffrire. Verso Gabbiano sulle montagne dell’Appenino mi siedo su un avvallamento con vista sulla valle. Mentre mi riposo attendo che i miei compagni di viaggio mi raggiungano. Mezz’ora dopo vedo arrivare Tommaso, Chiara e Simone ma senza Roberto, anch’egli rimasto leggermente indietro per un infortunio. Soffro ma proseguo. Non sarà certo un po’ di dolore alla caviglia a fermare il mio sogno! Mi aiuto con le bacchette ma inizio a zoppicare. Soffro dannatamente ma non posso mollare. Davanti a me ancora una cinquantina di chilometri che sembrano non finire mai… il sentiero in salita, il fango e il dolore. I miei compagni che mi sostengono moralmente ma ad un certo punto resto solo con la strada, la campagna toscana e i miei pensieri. Piango… devo superare il purgatorio per arrivare in paradiso. Poi da dietro vedo la sagoma di Roberto che come me infortunato camminava dolorante. Ma insieme ci carichiamo e piano piano raggiungiamo gli altri che si erano fermati ad aspettarci. Arriviamo a S. Pietro a Sieve e ci accampiamo sotto il cavalcavia di una superstrada insieme ad altri camminatori. Una piccola tendopoli di viaggiatori si forma Intorno ad un fuoco. Cantiamo canzoni e ceniamo con panini per recuperare le energie. Qui si aggiungono al nostro gruppo altre due ragazze milanesi. Nel frattempo Roberto decide di continuare il suo cammino in solitaria e in notturna. Un matto pensiamo! ma non c’è nulla che lo possa fermare e nonostante le nostre raccomandazioni decide di continuare da solo. Beh tanta stima per lui che coraggioso con il suo zaino, la sua tenda e la sua torcia in mano attraverserà i boschi dell’Appenino toscano giungendo già dalla mattina successiva a Firenze. Io Stanco mi addormento insieme a Tommaso e Chiara ma con una caviglia sinistra gonfia e dolorante e un callo gigante sotto il piede destro. Nel sogno notturno mi domando: << Riuscirò nonostante il dolore alla caviglia a terminare il cammino?>>

QUARTO GIORNO

Mi sveglio con la caviglia sempre più gonfia e il callo grosso come una lumaca sotto il piede destro. Mi fa male da morire. Ma di mollare non mi passa neanche per l’anticamera del cervello nonostante alla meta mancasse un altro giorno di cammino, circa 30 chilometri. Non sono uno che molla e per me l’impossibile non esiste e anche strisciando con un piede zoppo giungerò vincente all’obbiettivo! Riparto insieme a Tommaso e Chiara, sofferente ma più carico che mai.  Zoppico vistosamente e dopo qualche chilometro percorrendo le ripide salite fangose della foresta dico a malincuore a Tommaso e Chiara di proseguire. Non voglio che a causa mia rallenti il loro passo verso la meta finale. Rimango indietro per diversi chilometri. Continuo in solitaria. Vedo la splendida fortezza Medicea sul colle e la sua visuale, come quella della natura che attraverso, mi dona forza interiore indispensabile per non mollare. Attraverso quasi piangendo una natura perfetta. Camminando ho avuto modo di soffrire guardandomi dentro misurandomi con il mio dolore. Ma dovevo superare me stesso, il mio male e quindi il mio limite imposto dal dolore. Due camminatrici mi convincono a prendere un OKI che mi anestetizza per qualche ora l’infiammazzione. Dopo tre ore di cammino sento al telefono Chiara che poco più avanti di me mi dice: <<Ale sono un chilometro più avanti di te. Ti aspetto cosi proseguiamo insieme.>> Apprezzo il gesto di Chiara e facendo uno sforzo in più la raggiungo. Nel frattempo anche lei infortunata aveva rallentato. Insieme doloranti proseguiamo verso l’ultima vetta del cammino quella del Monte Senario. L’avventura che affronteremo insieme resterà per sempre nelle nostre menti. Prima sbagliamo strada e ci perdiamo nei sentieri selvaggi della foresta appenninica e poi una volta ritrovata la strada salendo verso la vetta veniamo colti in pieno da un fortissimo temporale. E Improvvisamente accade un miracolo! (Se cosi si può chiamare) il mio dolore alla caviglia scompare e lo stesso vale per il dolore di Chiara. Iniziamo ad aumentare il passo…  Ma in realtà a coprire il male era l’adrenalina provocata dalle centinaia di fulmini che continuavano a cadere a pochi metri da noi! Insomma più che miracolo si trattava di istinto di sopravvivenza causata dalla voglia di scappare via da quel posto e trovare riparo per non essere colpiti da un fulmine. Dopo una lunghissima ora passata a camminare veloci sotto gli alberi in cima alla montagna nel bel mezzo del nulla ( il punto meno raccomandato durante un temporale è stare sotto gli alberi in montagna.) Il temporale termina e noi esausti e fradici giungiamo a Fiesole! C’è l’avevamo fatta! Eravamo vivi! Con il cuore a mille ci abbracciamo! Per concludere in bellezza facciamo l’autostop per trovare un passaggio fino alla stazione di Firenze dove ci attendevano i nostri compagni di viaggio. Alla vista del mio pollice si ferma un suv guidato da un signore fiorentino distinto ed elegante sulla sessantina in auto insieme a sua moglie << Mi sono fermato perché proprio come voi sono un camminatore. Ho fatto il cammino di Santiago e la Via Francigena.>>  A quel punto dopo tutto quello che avevamo passato Io e Chiara increduli guardandoci negli occhi ci riabbracciammo. Ma le sorprese non erano ancora finite.  infatti avevamo altro in comune. Scopro che il signore era un affermato medico ma anche uno scrittore! Già proprio come me! Tra i suoi libri anche uno sul suo cammino fatto a Santiago. Dopo averci dato il passaggio fino in stazione, li salutiamo come fossero vecchi amici. Alla stazione di Firenze rincontriamo il resto del gruppo: Tommaso, Roberto, Simone, Qui ritrovo anche dei ragazzi di Bergamo che avevo incrociato durante il cammino e mi avevano visto zoppicante. Mi fanno i complimenti dicendomi che nello stato in cui ero avevo compiuto un miracolo di determinazione giungendo sofferente con quella caviglia al traguardo. Soddisfatto e distrutto saluto la Toscana. Si torna in treno a Bologna per riprendere la nostra auto mentre Chiara torna a Roma. Che grande viaggio!

E’ stato un viaggio bellissimo, un cammino meraviglioso. Mi porterò dentro la splendida natura dell’appennino tosco emiliano che rallegra occhi e cuore del camminatore facendo dimenticare la fatica che si sta compiendo. Mi porterò dentro le persone che con me hanno camminato soffrendo e godendo della bellezza del loro viaggio esteriore e interiore. E poi la vista di reperti storici che donano misticità e fascino a questo viaggio facendo respirare un profumo di vita vissuta da altri uomini in altri tempi.

Alessandro Cusinato

CRACOVIA- Auschwitz – Diario di viaggio

E’ una meraviglia particolare questa città. Particolari le parole che mi serviranno per descriverla, in parte dolci e in parte amare. Un amaro troppo disgustante per il sapore che hanno lasciato nel tempo, non a causa sua ma per colpa delle atrocità commesse dalla razza umana.

La sua affascinante storia medioevale si affianca a quella tristemente nota della seconda grande guerra. Fa molto freddo e le strade sono in parte ricoperte da una bianca morbida neve. Zaino in spalla vagabondo nella città vecchia circondata dal parco di Planty e dai resti della cinta muraria medioevale, insieme ai due miei compagni di viaggio Marco e Tommaso.

Il primo luogo capace di catturare la mia attenzione è la piazza del mercato chiamata Rynek Glowny, la più grande piazza medioevale d’europa. Qui la Basilica di Santa Maria, una chiesa gotica del XIV secolo, ne domina la scena con le sue due torri di altezze differenti. Saliamo più in alto sulla collina di Wawel. Il meraviglioso castello simboleggia la città e una splendida cattedrale la illumina di cultura: al suo interno si sono celebrate le incoronazioni dei sovrani polacchi ed è la chiesa madre dell’arcidiocesi di Cracovia. La sera ceniamo in un ristorante tipico polacco divorando dei buonissimi pieroghi, tortine di pasta simili ai ravioli con dei ripieni sia dolci che salati. Il giorno dopo visitiamo emozionati l’altro quartiere storico di Cracovia: il di Kazimierz, che per 600 anni ha ospitato la comunità ebraica di Cracovia fino allo sterminio ad opera dei nazisti.

Da qui in poi le mie parole descriveranno emozioni tristi mai provate in nessun altro luogo al mondo…

QUARTIERE DEL GHETTO EBRAICO:

Cammino su una strada di ciottoli scuri. I miei passi riecheggiano tra i muri del quartiere con le stelle di Davide disegnate che non vogliono andare via. Non vogliono morire come invece hanno fatto gli uomini e le donne che vivevano qui. Loro sono giunte fino ai nostri giorni provenendo dagli anni della guerra. Torno indietro nel tempo immaginando il rumore degli stivali delle SS tedesche che picchiettando a terra facevano sentire agli abitanti del ghetto il rumore della paura. Un silenzio irreale avvolge questo luogo. Si percepisce il senso del dolore che c’è stato. Un dolore che queste mura, queste strade, questi ciottoli e questa umanità non potrà dimenticare mai.

AUSCHWITZ BIRKENAU- Campo di sterminio:

La neve copre con la sua purezza tutto il maledetto dolore che qui c’è stato. Entrando ad Auschwitz Birkenau seguendo le rotaie arrivo laddove il treno carico di bestiame composto da uomini, donne e bambini concludeva la sua corsa vicino al filo spinato. Qui la mia pelle si accappona. La corsa per alcuni finiva subito con l’inganno di una doccia, mentre per altri proseguiva con la garanzia che prima della doccia ci si sporcava di sofferenza. E’ enormemente infinito questo Lager. Entro in una delle “stalle” usate dalle SS tedesche per far riposare la notte il bestiame umano. Non so esprimere la sensazione che provo qui dentro. Tremo, mi manca l’aria. Mi rifiuto di pensare a cosa sia successo qui. Mi viene da piangere e star male. E’ buio, sporco e c’è un odore pesante rimasto impregnato negli anni che non riesce ad andare via dal male che qui ha abitato. Riesco a vedere i volti e le espressioni delle persone che per qualche mese, giorno o ora hanno vissuto qui. Mi appaiono con i loro pigiami a righe tutti uguali chiedendomi pietà. Li osservo inerme. Provo ad allungare una mano per soccorrerli ma non posso fare più nulla purtoppo. Solo un gesto forse inutile ma che mi viene dal cuore potrei fare. Mi sento in colpa e chino il mio capo pronunciando l’unica parola che mi viene in mente: “Perdonateci” in nome mio e di tutta l’umanità.

…PER NON DIMENTICARE MAI…

Alessandro Cusinato

Welcome to QUEENSLAND!

AUSTRALIA- Road Trip- From Uluru to Queensland – day 27- 31

Con gli occhi e con l’anima ancora incantati dall’emozione per aver visto e toccato il cuore rosso d’Australia ripartiamo per le vie infinite del deserto dell’Outback. Altri tre giorni di nulla assoluto ci aspettano, un nuovo viaggio massacrante ma indimenticabile ci attende per i prossimi 2500 chilometri in direzione nord verso il verde Queensland!  La prima tappa nel deserto sarà la città di Alice Springs. Ci eravamo già passati qualche giorno fa in direzione di viaggio opposta, quando da Darwin scendevamo a sud verso Uluru. Qui rifacciamo la spesa comprando scorte di cibo, di acqua e riempiendo taniche di benzina. Tutto deve essere perfetto per la traversata del deserto che ci terrà incollati cocenti sul volante per più di dieci ore al giorno, per tre diversi e lunghi giorni, contando anche le tre notti in tenda sotto un meraviglioso cielo stellato ma alla fredda temperatura  dell’escurione termica di quasi zero gradi.

Le ore passano tutte uguali: fuori dal finestrino l’asfalto rovente della strada perennemente dritta, a destra e sinistra il selvaggio bush e sopra di noi il cielo azzurro grande come un oceano. Nulla cambia per la nostra vista per due lunghi giorni. Ma la monotonia qui è qualcosa di davvero speciale, di sovrumano e di magico. Ti accompagna e non ti lascia mai riuscendo ad emozionarti come se ogni volta fosse la novità. Il silenzio assordante è rotto solo dall’autoradio della nostra jeep. La notte ci accampiamo con la tenda sul punto esatto dove passa il Tropico del Capricorno. Qui abbiamo passato una delle notti più fredde e dure di tutto l’intero viaggio!

Passata la sofferenza del freddo della notte,  i primi raggi di sole dell’alba ci riscaldano penetrando nel telo della nostra tenda. In un attimo dagli zero gradi della notte giungono i quaranta gradi del giorno! che vita tosta ragazzi! Una sana colazione e ripartiamo. Dopo 10460 chilometri esatti, sconfiniamo nel terzo stato australiano del nostro “road trip”! La strada cambia ancora. Immense praterie gialle fanno scomparire temporaneamente l’infinito bush. E’ cosi che mi da il benvenuto il Queensland!

Welcome to QUEENSLAND!
Welcome to Queensland!

Dopo centinaia di chilometri di deserto l’ambiente circostante incredibilmente cambia ancora. Inizia una prateria giallastra che si trasforma prima in colline verdi e poi diventa un infinita foresta tropicale. Un altro miracolo che solo questa terra può regalare! Facciamo rotta verso le Millaa Milla Falls. Camminando tra i sentieri rossi della foresta tropicale può capitare di perdersi tra l’ombra delle piante. Senti la voce dell’acqua che scorre. La segui e ti ritrovi laddove lei urla. Che meraviglia!

Il nostro viaggio prosegue verso la capitale del Queensland: la città di Cairns. L’umore di tutti per la prima volta scende. Siamo tutti un pò tristi perchè sarà l’ultima tappa del nostro Roadtrip iniziato trenta giorni fa da Perth… Il ritorno dall’estremo selvaggio del deserto fino alla “comfort zone” della città di Cairns per me e per i miei compagni di viaggio è molto scioccante… Mi sento spaesato tra le vie dello shopping e mal osservato dalla gente “civilizzata” che mi scruta con sguardi e pensieri strani. Beh, magari sarà solo la mia impressione… Ma del resto dopo un mese passato nei luoghi più selvaggi dell’Australia senza un letto con lenzuola pulite, con cibo razionato e quasi senza acqua (senza lavarsi per giorni)  penso sia normale. Ti abitui a vivere in modo diverso, quasi a “sopravvivere” senza fare sprechi. Ogni grammo di cibo che mangi, ogni vestito e straccio che indossi, e ogni goccia di acqua che bevi possono fare la differenza e sono la vita. Riesci a capire e gestire i tuoi limiti superandoli. Capisci davvero quando possono essere importanti le cose semplici come bere un bicchiere d’acqua. E quando ti  ritrovi qui, tra ristoranti con tavoli imbanditi di cibo, docce fresche in casa e tanto consumismo ti viene da pensare a quanto siamo fortunati  ma sopratutto a quanto soffre “l’altra gente”, quella che vive in povertà o nella cosiddetta “scomfort zone”.

Saluto l’oceano ringraziandolo per tutto quello che mi ha regalato. E’ grazie a lui se in questo grande stato enorme come un continente, esistono diversi microclimi con spiagge paradisiache,  foreste tropicali e il deserto. Ho avuto la fortuna di aver vagabondato per giorni in una delle zone più selvaggie al mondo e ne sono fiero. Ancora più fiero perchè insieme a me ha viaggiato mia sorella Giorgia. Che esperienza unica sorellina! e poi Marco il suo ragazzo, davvero una grande persona con un grande cuore e di grande esperienza di viaggio. E lo stesso vale per Nicolas. Un altro pazzo che come noi ha sfidato la natura estrema di questa meravigliosa terra. Senza dimenticare Choco! il più grande cane viaggiatore che abbia mai conosciuto!

Un ultimo pianto in aereoporto. Un abbraccio ai miei compagni e all’anima aborigena che illumina questa terra. Non ti scorderò mai… Arrivederci  mia Australia!

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La strada infinita

CONCLUDO LA MIA ESPERIENZA IN AUSTRALIA CON QUESTO PENSIERO….

Una strada infinita partita da Perth conclusa a Cairns dopo 11460 chilometri percorsi “on the road”. Abbiamo attraversato tre stati: Il Western Australia, il Northen Territory e il Queensland. Siamo passati per paesi, citta, praterie, savane di bush, spiagge, montagne, billabong con coccodrilli e dal mitico deserto dell’Outback. Mi porto dentro le giornate calde da star male, le mangiate con scatolette di tonno, la scorta d’acqua e di benzina perché per centinaia di chilometri non vi era un bel nulla. Non un cesso per pisciare, una doccia per lavarsi, un bar o un benzinaio. Ma solo sabbia rossa, cespugli e canguri che ti attraversavano la strada. E c’erano le notti fredde a causa dell’escursione termica. Trenta notti in tenda accampati dove capitava, accompagnati da tramonti colorati mozzafiato, da stelle che si potevano toccare e da animali selvaggi che si avvicinavano alla tenda per darci la buonanotte. Poi i miei compagni di viaggio: Nicolas che ho conosciuto qui, Marco il ragazzo di mia sorella e appunto mia sorella Giorgia. Di lei sono super fiero. Una ragazza che ha attraversato l’Outback, che ha passato giornate senza bagni e senza docce e che non aveva paura di niente nemmeno dei ragni o serpenti, qui pericolosi e velenosi. Sei in gamba sorellina! E poi c’era Choco, il cane viaggiatore. Un cucciolo di tre mesi che si è girato già mezza Australia! Non male come curriculum, puppy! Ma di questa terra non potrò scordarmi mai lo stato d’animo provato nell’Outback. Un’ esperienza cosi intima con la natura australiana da far arrossire la terra dal tanto tempo che la si guarda e far illuminare al buio gli occhi di notte, quando si ammira a testa in su la via lattea allungando la mano per afferlarla o cercando di prendere la luna piena che scappa, accendendo la luce sul bush infinito. Il grande silenzio che si sente per migliaia di chilometri ti riempie l’anima di pensieri, tenendoteli dentro sempre, per tutto il roadtrip, e per tutta la vita…

Alessandro Cusinato

AUSTRALIA -Roadtrip -Uluru- day 22 – 27

E ora si scende dritti nel cuore rosso dell’Australia… Uluru. Ci aspettano duemila chilometri di nulla assoluto. Quattro giorni di avventura,sofferenza e gioia infinita nel bel mezzo del deserto dell’Outback. Una tappa “on the road” tra le più toste al mondo verso la terra sacra aborigena. Facciamo scorte di cibo, taniche di benzina e di acqua. Per giorni non incontreremo anima viva. Saremo solo noi quattro con il nostro Choco le nostre jeep e la nostra tenda, accompagnati dal caldo soffocante del giorno e dal freddo dell’escursione termica della notte.

Il nostro primo obbiettivo sarà l’arrivo nella città di Alice Springs distante 1500 chilometri. Imbocchiamo la mitica Stuart Highway. un’ infinita strada che coi suoi rettilinei infiniti ti ipnotizza fino alla monotomia. Ci si può sdrairare a terra lungo la linea tratteggiata della strada per ore senza che nessuna macchina o nessun Road Train ci passi. Ogni tanto è facile vederci atterare i velivoli dei Royal Flying Doctors, l’organizzazione aereo medica che porta soccorso nelle zone più remote del mondo compreso l’Outback. Passano i primi due giorni di viaggio rigorosamente tutti uguali. Il bush, la sabbia rossa, la stessa strada, lo stesso caldo ma lo stesso entusiasmo. Dopo mille chilometri incontriamo il primo segno di civiltà: un Roadhouse! uno di quelli mitici dove bisogna fermarsi per forza. Un pò per stanchezza e un pò per darsi una sciacquata e parlare con qualche viaggiatore pazzo come noi.

La notte ci accampiamo nel deserto in un luogo talmente disperso da far imbarazzare anche le stelle che dall’alto ci guardano dall’infinità dell’universo. Lo spettacolo che ci regalano è una delle cose più belle che abbia mai visto nella mia vita. La via Lattea e i pianeti illuminano la mia notte. Resto per più di un’ora immobile a guardare il cielo. Un’energia inspiegabile mi attrae a loro. Qui tutto è più limpido nonostante sia notte. Si sentono versi di animali rieccheggiare nell’aria pura e riesco a vedere cosi in profondità l’universo tanto quanto riesco a guardarmi dentro nei miei angoli più bui interiori. Mi sento parte di un’energia cosmica che mi rende uguale alle stelle, alla luna e alla terra rossa che ricopre le mie scarpe e il mio viso, sporco dall’arida giornata di questo viaggio. Dopo tre giorni oltrepassiamo il Tropico del Capricorno e finalmente giungiamo ad Alice Springs la capitale del deserto Australiano.

Qui ci fermiamo per rifare scorta di acqua. Ma ripartiamo subito perchè a soli 450 chilometri ci attende la meraviglia più bella dell’intero viaggio e la “più sacra” per gli aborigeni.  Ed eccola là… lungo la strada, dopo 9000 chilometri di viaggio appare la sua sagoma rossa. Avrò visto mille foto di Uluru, ma nulla poteva prepararmi alla sua imponenza e spiritualità. Da lontano si percepisce davvero di sentire battere il cuore rosso d’Australia, e da vicino il senso di pace che lo avvolge trasmette tutta l’energia di madre terra. Il tramonto che scende sul cuore rosso mi regala una luna piena gialla come un sole. Lei che al contrario sale, prima appoggiandosi premurosa sulla grande roccia e poi, una volta giunta in alto, osserva tutto e tutti illuminando la via notturna di ogni aborigeno che vuole giungere fino a qui…

Ed ora vi voglio raccontare una storia bellissima accaduta a qualche centinaio di chilometri da Uluru…  il mio incontro con Herb, il suo cane Snotty e la sua amata bicicletta… una storia magica che porterò dentro di me per sempre. Una storia che solo in certi viaggi si può vivere…  ECCO VE LA RACCONTO:

ROADTRIP day 27- La sera ho conosciuto un signore di 75 anni di nome Herb. Un biker, uno da rispettare e stimare. Ci ha accolto subito salutandoci appena entrati nell’area di sosta per montare la tenda. Un gentiluomo uno degli ultimi rimasti. Mi stringe forte la mano, dopo avergli mostrato il tattoo della mia mountain bike che ho disegnato sul mio avambraccio, e dopo avergli detto che anche io sono un biker viaggiatore come lui. Mi invita a vedere la sua bici. Moriva dalla voglia di mostrarmela. Ne era orgoglioso. Lo avevo capito subito che era tutta la sua vita. Stava si viaggiando in solitaria, ma con la compagnia del suo cane Snotty di 10 anni che stava riposando nella loro tenda. Un brivido emozionante mi pervase.. “Che coppia..” pensai nella mia mente. Lui intanto mi raccontava i dettagli il viaggio che stava compiendo. Era partito da Perth per girare tutta l’Australia e ritornare nel giro di un anno ancora a Perth.. un viaggione … A quel punto esclamai: ” Wow”. Ero rimasto senza parole davanti a un signore così arzillo ma pieno di vita e di progetti… Lo ammiravo mentre mi raccontava del suo grande viaggio. Era entusiasta, fiero e aveva voglia di parlarne con qualcuno, magari uno come lui, con i suoi stessi interessi. Le sue parole mi entrarono dentro. Ero estasiato. Gli chiesi se potevo fare una foto con lui e la sua amata bici e subito mi abbracciò quasi come fossi un figlio. ” Yes it’s a pleasure” Mi rispose. Mia sorella scattò la foto. Ci tenevo molto che uscisse bene anche se venne un po’ buia a causa del tramonto ormai inoltrato. Ma la cosa che mi lasció ancor più a bocca aperta fu la vista di un deplian sulla bici con scritto -Herb e Sonny blog-. Esclamai: “Non ci credo questo signore di 75 anni possiede un blog! Ed è anche scrittore”. Gli chiesi se era lui che scriveva gli articoli del suo blog. Mi disse subito: “Si! Seguimi se ti va!” In inglese naturalmente.
Senza pensarci ed emozionatissimo risposi:” “Certo ne sarei onorato”.

Una persona incredibile e mentre ci parlavo pensavo che sarei potuto essere io alla sua età … A 75 anni fare un viaggo in solitaria in bici e in tenda immerso nella natura con tutta quella grinta e passione… e perchè no con la compagnia di un cane. “La cosa più bella del mondo!” Pensai.. Lo salutai augurandogli buon viaggio. Sapevo a quanto ci teneva, perché lui è proprio come me, o meglio io sono come lui..
In un attimo gli ero entrato nella mente capendo quanto lui amava viaggiare, vagabondare nella natura, non stare mai fermo e soprattutto conoscere se stesso ogni giorno che passa, superando i propri limiti conoscendo posti nuovi.
Buonanotte caro Herb!

La mattina dopo lo vidi dal finestrino della mia auto, lontano una trentina di chilometri più in là dal posto in cui lo avevo incontrato. Lui pedalava sulla strada nel caldo del deserto dell’Outback. Pedalava fiero e anche se non riuscivo a vedere il suo viso a causa del caschetto che portava e dall’alta velocità della mia auto, capiii che stava sorridendo e cantando come un bimbo felice mentre si gustava la bellezza del paesaggio. Gli suonai il clacson e lui mi salutó. Era bellissimo con la sua andatura lenta e coraggiosa di uno che ha vissuto la vita ma ne voleva vivere ancora. Avrei voluto fermarmi per parlare ancora un po’ con lui o magari prendere la mia bici e continuare il viaggio insieme. Un sogno.
Ma non si può e va bene così. Ma Sono felice perché ora posso seguire la sua avventura. Non sa quanta energia sia riuscito a trasmettermi e ringrazio il fato per aver fatto incrociare i nostri spiriti liberi, in una serata dal tramonto mozzafiato nell’Outback australiano…

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Buona vita Herb,

Grazie mia magica Australia!…

 

 

 

kakadu National Park

AUSTRALIA- Road trip- Kakadu National Park- day 20- 22

Lasciamo Darwin per spostarci in uno dei luoghi più selvaggi del Northen Territory australiano nonché patrimonio dell’Unescu: Il Kakadu National Park.

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Ci attendono paludi, fiumi e scarpate di roccie arenarie. Coccodrilli, dingo, pipistrelli, tartarughe e centinaia di specie di uccelli vivono in un habitat composto da più di duemila tipi di piante. E’ una delle mete più ambite del nostro road trip e non vediamo l’ora di arrivarci! Dopo il solito lungo viaggio in jeep nell’Outback, stavolta lungo “solo” 250 chilometri, giungiamo ai confini del parco nazionale. Qui dobbiamo salutare Choko e affidarlo per qualche giorno a un dog sitter. Per lui come per tutti i cani ne è vietato l’ingresso e con una grande carezza lo salutiamo. Torneremo a prenderlo una volta finito il tour del Kakadu, più o meno tra tre giorni.

Dopo un facile ma affascinante trekking tra bush, boschi e alte rocce giungiamo in un luogo magico.  Visitiamo delle antichissime incisioni rupestri aborigene di epoca preistorica. I muri rocciosi del sito di Ubirr mi lasciano con la bocca spalancata dall’emozione. Antichissimi disegni risalenti a 20.000 anni fa, ricoprono ogni angolo di roccia. Molti aborigeni di oggi credono che queste pitture rupestri siano state realizzate dagli spiriti Mimi, per illustrare agli uomini le leggende della creazione e lo sviluppo della legge aborigena.


La sera ci accampiamo insieme ad altri viaggiatori vicino alla riva di un fiume molto inquietante perchè abitato da coccodrilli. Il consiglio di una guardia forestale è quello di dormire in una tenda sospesa da terra in modo da non essere “visitati” nella notte dai feroci rettili che potrebbero allontanarsi dal fiume per cacciare. Ma non disponiamo di quel tipo di tenda e la guardia ci tranquillizza suggerendoci di accamparci qualche decina di metri più in là, distanti dalla riva del fiume e più addentrati nella foresta. Montiamo la tenda accendiamo un fuoco e ci godiamo il silenzio delle prime luci della notte. Ma il momento più meraviglioso giunge una volta il spento il fuoco… Per fortuna la notte non è fredda come le precedenti nel deserto e decidiamo di dormire senza il telo protettivo. E’ bellissimo! Sdraiato nel sacco a pelo guardando in alto posso vedere le stelle, la via lattea e le costellazioni sparse nell’universo. Mi addormento cullato da un’atmosfera suggestiva che alleggerisce i miei pensieri. Ma in piena notte mi risveglio, disturbato da un concerto di suoni mai sentito. Forti versi somiglianti a gatti arrabbiati fuoriescono dalle bocche di grossi pipistrelli. Forti ululati di dingo riecheggiano nella jungla australiana. Migliaia di insetti cantano e uccelli notturni gridano come fossero in una piazza affollata nel pieno giorno. Sento dei passi a pochi metri dalla tenda ma il buio è talmente fitto che non riesco a vedere nulla. Riesco a sentire anche il respiro dell’animale! ma niente il buio ostacola la mia vista. Poco più in là assisto ad un inseguimento in piena regola tra un predatore ed una preda… o più prede e più predatori… chissà! Purtoppo non riesco a vedere nulla ma solo a percepire ed immaginare quello che sta succedendo a pochi metri da me. Sono talmente eccitato che non riesco più a chiudere occhio. Passo la notte in bianco sperando di vedere qualcosa, una sagoma o una presenza. Ma non riesco a vedere nulla… ma sono al settimo cielo! Marco, Giorgia e Nicolas dormono come ricci e non sanno la meraviglia che si stanno perdendo. Resto sdraiato a pancia in giù e sorridendo mi guardo intorno felice. Penso: Passano le ore e sono felice. Non voglio riaddormentarmi perché so che ad uno spettacolo del genere non assisterò mai più. La natura della jungla australiana mi sta regalando una notte indimenticabile. Giunge l’alba con i suoi primi raggi di sole e i primi cinguettii dei pappagalli. Svaniscono gli ululati e i versi tenebrosi dei pipistrelli. Spariscono i rumori degli inseguimenti tra prede e predatori ma resta dentro di me l’emozione di una notte magica passata a sognare ad occhi aperti la vita notturna della foresta del selvaggio Kakadu. La ricorderò come una delle notti più belle di tutta la mia vita.

Navigando tra i Billabong
Navigando tra i Billabong

La mattina dopo aver smontato la tenda ci incamminiamo verso il fiume e le sue paludi. Nella jungla di palme e bush, sorgono billabong di acqua torbida. Paludi inquietanti che solo a guardarle mettono soggezione. Dopo una notte meravigliosamente insonne tra versi selvaggi e stelle, il sole riflette i suoi raggi sull’acqua, mostrando la sagoma scura di chi inquieta e riempe di fascino il nord australiano. Sopra una barca navighiamo per le paludi ammirando incantati e rispettosi il vero re di queste terre. Sua maestà il coccodrillo.

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Ne vediamo a dozzine galleggiare e altrettanti riposare sornioni sulla riva del fiume tra i canneti. Intorno a loro centinaia di splendidi esemplari di uccelli marini che leggiadri si muovono tra le ninfee. La sera torniamo a prendere Choko il nostro cane viaggiatore. L’abbraccio con Giorgia e Marco è commovente! Salutiamo il Kakadu ringraziandolo per l’incontro con le tribù aborigene primitive, con sua maestà il coccodrillo ma sopratutto per la notte indimenticabile che mi ha fatto passare tra la sua natura più selvaggia. Kakadu Non ti dimenticherò mai.

Alessandro Cusinato