FELICE DI “NON VIAGGIARE”

Ritorneremo a viaggiare!

Da qualche mese noi umani ci siamo fermati, bloccando tutto il sistema che ci circonda. Un sistema che ci ha portato dentro un limbo di ricchezza e di benessere; lo stesso sistema che ci ha permesso di prendere un aereo capace di condurci in un luogo sognato dall’altra parte del mondo. << Oh che meraviglia!>> pensavamo. Ma è da tempo che la Terra non la pensa più come noi; lei non giova più di quel benessere che a causa dei nostri vizi sta velocemente perdendo.
Bisognava fermarci tutti per osservarla, aiutarla, farla guarire e, incredibilmente, un miracolo è accaduto. Può sembrare strano ma ora che tutto si è fermato sono felice di non poter viaggiare. Mi spiego meglio: io soffro come un matto! ma sono consapevole che tutto quello che sta accadendo servirà a qualcosa. Servirá a lei per poter rinascere liberandosi dalla nostra tirannia e servirà a noi per riflettere sugli errori che abbiamo commesso. Come un corpo malato anche la Terra ha prodotto la sua febbre, sotto forma di Coronavirus. Madre Natura si sta difendendo contro l’egoismo umano. Quindi, se esaminiamo bene, il vero virus siamo proprio noi. Per questo sono felice di “non viaggiare” perché desidero fortemente regalare al mio pianeta il suo benessere sacrificando i miei vizi. Mi accontento di viaggiare con la mentre leggendo un buon libro nell’attesa di una sua lenta guarigione. La medicina prescritta dall’universo è il nostro buon senso e fermandoci, la stiamo imboccando facendola assumere piccole dosi della nostra cura. Aumentiamo in modo più massiccio il medicinale finchè il benessere gioverà ad entrambi. Torneremo a viaggiare ma prima torniamo a vivere in un mondo guarito.

Alessandro Cusinato

VI RACCONTO IL MIO TICINO

Quando mi smarrisco, sento il bisogno di percorrere il sentiero che mi riporta qui da te. Le rane, le foglie, lo scorrere dell’acqua e il silenzio. Qui posso parlare con tutto e non essere sentito da nessuno. Qui posso ascoltare tutto senza essere disturbato da niente. Tu mi doni sempre quello che mi occorre: la pace, l’armonia, la storia e la natura. Torno sempre qui da te perchè, quando sono nei tuoi boschi, mi sento a casa mia.

Ti amo mio Ticino.

Ho voluto iniziare con la mia personale dichiarazione d’amore all’anima del fiume e ora vi racconterò qualche aneddoto della sua affascinante storia.

A due passi dalla grande metropoli milanese c’è un mondo colmo di silenzi, colori e armonia dove un un’escursione a piedi o in mountain bike ti può far vagare senza pensieri e senza una meta ben definita per ore ed ore. Un luogo pieno di biodiversità e di animo wild. Non è la foresta amazzonica, la giungla del Borneo o il selvaggio West ma è comunque il luogo adatto per raccontarvi una bella storia di natura e avventura. Ma prima devo tornare un attimo più indietro, anzi più che indietro verso nord, più precisamente in Svizzera nelle Alpi Leopontine. Qui da due diverse sorgenti, la principale sul Passo della Novena e la secondaria sul San Gottardo, nasce un fiume che per 248 chilometri attraverserà la stessa Svizzera e parte dell’italia settentrionale fino a sfociare nel grande fiume Po. Sto parlando del fiume Ticino.

In antichtà chiamato Ticinus dai Latini, che gli diedero questo nome per via del Canton Ticino sua zona di nascita. La sua vita inizia lassù in alto nelle due sorgenti dove Le prime gocce d’acqua si tuffano a capofitto verso una lunga discesa di sassi e minerali. Ad Airolo le gocce si bagnano l’una con l’altra diventando un piccolo fiume che dopo aver attraversato la Laventina sorpassa la valle Riviera, Bellinzona e il piano di Magadino per poi sfociare nel lago Maggiore. A Sesto Calende esce dalla calma apparente del lago per tornare veloce e irruente lungo il territorio italiano nel Parco del Ticino, vera oasi di natura incontaminata. Qui forte e impetuoso alimenta grandi canali come il Naviglio Grande che porterà l’acqua del grande fiume fino al centro di Milano. Ma noi restiamo qui, nella valle verde e selvaggia dove il fiume, con la sua presenza crea un ecosistema biologico ricco di biodiversità. Costituirà il grande polmone ecologico della Lombardia. Una piccola giungla amazzonica lombarda. La sua corsa continua a sud di Pavia (antica Ticinium) confluendo le sue acque nel fiume Po, del quale ne è il principale affluente. Ora vi porterò proprio all’interno del grande polmone lombardo, un paradiso per ogni escursionista o cowboy avventuriero. Qui sentieri sterrati penetrando per centinaia di chilometri all’interno della fitta giungla paludosa del parco si tuffano al contrario gettandosi dal blu dell’acqua del fiume giungendo alle numerose risaie arrampicandosi fino al verde della boscaglia.

Proprio il posto ideale per bel un trekking zaino in spalla, per un’immersione in apnea sopra la sella di una mountain bike o un impennata tra lo scorrere della corrente in Kayak! In sella o a piedi si possono attraversare piccoli borghi di casolari e fattorie, ambientate in un meraviglioso territorio di campagna in stile western americano. In canoa o Kayak si possono scoprire rapide vertiginose, capaci di condurti in luoghi incontaminati da non fare nessuna invidia ai selvaggi fiumi canadesi o dell’Alaska. I percorsi si snodano su sentieri boschivi fluviali che incantano il viaggiatore facendolo ammirare panorami naturali e numerose architetture storiche lombarde. La storia ci racconta che lungo la Valle del Ticino si susseguirono più fasi di insediamento di popolazioni di ceppo celtico. La prima fu la civiltà di Golasecca intorno al IX secolo a.c, poi nel 400 a.c fu il turno degli Insubri che si sovrapposero alla precedente popolazione mantenendone la cultura come era abituale tra i Celti. Gli Insubri distrussero la Melprum etrusca ricostruendola con il nome di Mediolanum (Milano). l’espansione di Roma portò la fine della colonizzazione dei Celti nel territorio dell’Italia settentrionale. Nel 218 a.c il Ticino fu territorio di scontro tra l’esercito romano del generale Scipione e quello cartaginese del condottiero Annibale nella mitica “battaglia del Ticino” in quello che fu un importante episodio della seconda guerra punica. Per la prima volta il fiume fu testimone della presenza di un altro animale bellico usato dall’uomo oltre al nostro amato cavallo. La novità fu l’elefante che Annibale importò dall’Africa, facendolo entrare in territorio italico passando da un varco tra le Alpi. Non siamo in grado di stabilire la locaità esatta della battaglia, forse nei pressi dell’odierna Vigevano o Castelletto Ticino, ma sappiamo che Tito Livio raccontò che i romani costruirono un ponte di barche accampandosi nel territorio degli Insubri che secondo alcuni oggi è il territorio di Turbigo, mentre Annibale si accampò nei pressi sull’odierna Galliate ( sponda piemontese). Cosa nota è che Annibale fece abbeverare gli elefanti in zona Victumulis (Garlasco). Chissà ai tempi cosa pensarono i nostri cavalli alla vista di questa nuova specie! E non oso immaginare quello che pensarono alla vista delle loro proboscidi durante la battaglia. Saranno scappati galoppando? Facile farsi stregare nei trekking a cavallo dai luoghi e dai simboli di questi popoli antichi ma ancora più facile restare ammaliati da architetture storiche più recenti come il Castello di Vigevano, la Certosa di Pavia, L’Abbazia di Morimondo.

In questo parco, storia e natura si fondono insieme dando origine a un connubio di meraviglie difficili da dimenticare… Come non si può scordarsi che anche qui come negli Stati Uniti, la febbre dell’oro fece ammalare molti uomini intenti a cercare il prezioso metallo tra le sabbie aurifere accumulate nel corso delle piene. Questo accadeva già ai tempi dei romani fino ad oggi con I cercatori d’oro che muniti di stivali di gomma e armati di una batea, la padella che vediamo in tanti film americani, cacciano l’oro come fossero sul Colorado.

Il Ticino ha un’energia vitale molto particolare in grado di far innamorare ogni curioso avventuriero. Quando si percorrono i suoi sentieri si dimentica tutto lo stress della grande città e si assimila energia positiva capace di far ritrovare se stessi galoppando tra un pensiero e l’altro. I viaggiatori smarriti qui si ritrovano ascoltando il gracidio delle rane, lo scorrere dell’acqua e il canto dell’Airone cenerino apparentemente silenzioso quasi muto che invece esplode acuto e modulato appena spiccato il volo. I piccoli ruscelli che danzano vicino al grande letto del fiume emettono una musica orchestrale capace di far ballare persino il più rigido dei pensieri. Se si è stanchi ci si può fermare sostando lungo le calme lanche stagnanti colme di pace e tranquillità che sembrano nascondersi dai problemi della vita dietro ad alti canneti.

Insomma è il posto adatto per fare escursioni e per rigenerare la mente dai problemi e la quotidianità della vita da città, liberi come nel famoso libro di Jack London: il richiamo della foresta. Sulle strade sterrate della campagna padana si può sentire l’odore dei campi da coltivare appena concimati, e le sagome dei cowboy a cavallo appaiono robuste sui sentieri di sabbia bagnati dall’ombra del caldo sole. Canalini colmi d’acqua spaccano a metà i campi coltivati e il canalone del Naviglio Grande fa da battistrada al sentiero che condurrà un escursionista fino alla darsena della città di Milano. Ma il mio consiglio è quello di restare qui nell’Amazzonia lombarda o nella Colorado padana, nel corridoio ecologico tra Alpi e Appennini, tra la flora autoctona di Aceri, Pioppi, Querce, Ginepri, Betulle, Castagni e la fauna selvaggia costituita da mammiferi come la volpe, il tasso, il capriolo, da uccelli come la Cicogna bianca, il picchio, il cormorano, da rettili come la testuggine europea, la vipera e da anfibi come le salamandre, il rospo, e la rana. Una foresta sottomarina di sassi e alghe fanno da habitat ad una grande varietà di pesci come la trota, lo storione e il luccio, grandi predatori del fiume azzurro.

Concludo sorridendo e ringraziando il mio Ticino. Un luogo talmente magico da essere capace, usando l’immaginazione, di farti vedere qualche Indio accampato col suo cavallo lungo la riva del fiume e qualche altro che con una canoa naviga le sue correnti. Insomma una vera e propria giungla selvaggia pronta a catturare ogni singolo cuore impavido di  avventuriero intento a viaggiare nelle terre più inospitali e meravigliose della nostra terra.

Alessandro Cusinato

IL VACCINO DELL’UNIVERSO-COVID-19

LA NATURA CI STA DICENDO DI RALLENTARE

Oggi non potendo uscire ho bevuto un bicchiere di vino e poi felicemente sono fuggito fuori casa evadendo con la mia immaginazione. Mi sono ritrovato insieme al mio zainetto in un bosco di querce e pini mentre camminavo tra alberi, insetti e animali selvaggi. Il mio respiro lento e profondo fiutava profumi di primavera anticipata e aria pulita. la mia vista ammirava uno spettacolare collage di monti, colline, laghi, fiumi e le loro forme con i loro colori percorrevano sentieri che giungevano fin dentro alle mie pupille. Udivo il canto del vento e il cinguettio degli uccellini. Con le mani toccavo l’aria limpida della selva e con la bocca assaporavo sorsi d’acqua di sorgente. Tutto era al suo posto in un’armonia cosmica perfetta. La mia immaginazione mi fece proseguire seguendo il sentiero sterrato del bosco fino all’ingresso di una città. Case, palazzi, monumenti storici, strade e un ponte che attraversava un limpido fiume mi accolsero stupito. Al contrario del bosco questo luogo mi rattristì molto perché sembrava essere deserto. Nessuna persona che camminava, che andava in bicicletta o che voleva semplicemente fare due chiacchere con me. Non c’era nessuno ma solo silenzio e il rumore delle foglie trasportate dal vento. Ma poi, al contrario, qualcosa mi rallegrò. Notai che non c’era spazzatura, non c’erano mozziconi per terra e soprattutto non esisteva lo smog prodotto delle automobili e delle fabbriche. L’aria era leggera proprio come quella del bosco. Quando Riaprii gli occhi sorrisi felicemente sorpreso. Capii che tutto quello che avevo immaginato non era il frutto della mia fantasia ma era vera realtà! Vera come i delfini ritornati a nuotare nei porti privi di navi della Sardegna, vera come i fondali dei canali di Venezia tornati limpidi e pieni di pesci, vera come lo smog ormai scomparso dal centro di Milano.  << La natura si riprende la sua vita in nostra assenza. >> disse una donna incontrata in questo mio giro immaginario. << Avevo sempre pensato che quello torbido e fangoso fosse il colore naturale dei suoi canali. >> replicò un turista anch’esso incontrato durante la mia evasione guardando i fondali dei canali veneziani. E poi ancora: << Non avrei mai pensato che Venezia avesse un fondale cosi caraibico! possiamo tornare a tuffarci in laguna! >> esclamò un gondoliere.  << Che aria pulita… sembra di montagna. Un cielo cosi azzurro qui non si era mai visto… >> concluse emozionato il signor Brambilla in dialetto milanese guardando il cielo di Milano. 

UN BICCHIERE MEZZO PIENO

La realtà dei giorni attuali di un mondo fermo senza l’uomo, racconta che in Cina, uno degli stati più inquinati  al mondo, l’aria è tornata a livelli respirabili e il biossido di azoto è diminuito del 30% rispetto al solito. Un dato incredibile! un sogno!  << Finalmente la terra respira. >> era la voce unanime di tutte le persone della Terra, che nella mia immaginazione di un mondo ideale, avevo incontrato e che ora sembra essere divenuta miracolosamente realtà. Questa splendida realtà di un mondo finalmente pulito è una sorta di “consolazione” dai problemi di salute e dai danni economici che sta causando questo maledetto Covid-19.  Il virus giunto dalla Cina sino a noi, sta per fare il suo corso anche nel resto d’Europa, negli Usa e nel resto del mondo. Si preannuncia un’inestimabile catastrofe sanitaria ed economica di livello mondiale pari a quello delle due guerre mondiali combattute nel secolo scorso. Insomma stiamo vivendo in un periodo che verrà raccontato sui prossimi libri di storia e noi ne siamo dentro come acqua sporca in un bicchiere pulito. Ahimè non lo stesso bicchiere di vino che sorseggiavo prima di perdermi nella mia immaginazione… Ma se guardiamo bene dentro al bicchiere pulito del cosmo appoggiandolo sul tavolo dell’universo, osserverei questo virus come un elemento positivo per la nostra natura, e al contrario di ogni previsione io vedrei il bicchiere mezzo pieno. Lo paragonerei a dell’acqua che fuoriesce dal rubinetto cosmico che sta riempiendo fino all’orlo il bicchiere sporco, lercio, inquinato della nostra Terra. Esso saturo di sostanze inquinanti, capitaliste e maligne deve essere svuotato prima che sia troppo tardi. Basterebbe che una mano divina lo rovesci e noi umani ripartiremmo puliti da zero. Ma nessun divino di qualsiasi religione fino ad ora è giunto tra noi per rovesciarlo. Una grande mano invece cè la sta dando il Covid-19 fuoriuscendo inatteso e devastante come un fiume in piena dal rubinetto del cosmo, che sta spazzando via tutto lo sporco contenuto nel nostro inquinatissimo bicchiere.

Oggi l’attenzione del mondo è rivolto solo alla cura di questo virus lasciando in secondo piano l’aumento delle temperature nei ghiacciai di Artide e Antartide. Strano ma le due cose potrebbero essere in qualche modo collegate. Già perché forse la cura l’abbiamo già trovata senza saperlo e sarà il miglior vaccino in grado di non far sciogliere i ghiacciai polari e bloccare definitivamente i cambiamenti climatici. Questo virus sembra essere venuto per dirci che dobbiamo fermarci mettendo in quarantena noi e il nostro bellissimo pianeta. Nessun umano lo stava facendo accecato dalla vile luce del denaro e del potere, e c’è voluto lui, Mister Covid-19, a farci dire basta. Mi piace e voglio credere che questo virus sia un’opportunità che ci sta dando nostra Madre Natura da usare come ultima chance per salvare lei e la nostra umanità prima che sia troppo tardi.

Alessandro Cusinato

CAMMINO DEGLI DEI

Ci sono momenti di sfida, di curiosità, di viaggio e di tanta sofferenza. Si parte da Bologna per giungere fino all’ambita meta di Firenze. Attraversando gli Appennini emiliani e toscani affrontando un cammino lungo 137 chilometri si scoprono luoghi nuovi, una natura incontaminata, tanta storia antica e amici indimenticabili. Vi racconto la mia splendida avventura:

LA PREPARAZIONE

Lo zaino è quasi pronto. Al suo interno Indumenti leggeri per il giorno e pesanti per la notte, scorte di barrette energetiche, una mappa, attrezzi da trekking, il sacco a pelo e la tenda. Con me e il mio caro amico zaino ci saranno i miei compagni di viaggio e di avventura Tommaso e Roberto, ma soprattutto ci saranno le mie gambe che non smetteranno quasi mai di muoversi insieme alla mia testa. Già perché per affrontare un cammino del genere la concentrazione e la determinazione sono elementi che non possono mancare mai. E’ un cammino che di solito lo si affronta in cinque o sei giorni ma noi decidiamo di percorrerlo in soli quattro giorni. Impresa ardua perché serve una buona preparazione atletica per attraversare gli Appennini tosco emiliani colmi di dislivelli impegnativi in cosi poco tempo. Inoltre terreni difficili fangosi e il maltempo potrebbero ostacolarci. Ma noi siamo ben allenati e nulla potrà fermarci nel poter attraversare un cammino tra la natura selvaggia e la storia. Il sentiero infatti è una antica strada etrusca poi diventata romana (Flaminia Militare) attraversata da basiliche medioevali, rovine romane, resti della prima e seconda grande guerra e antiche conchiglie fossili.

PRIMO GIORNO

Parto in auto da Milano insieme a Tommaso e Roberto e giunti a Bologna ci fermiamo a dormire in un ostello situato in centro. All’alba zaini in spalla, partiamo dalla meravigliosa Piazza Maggiore. Nonostante siano le 6 di mattina altri viaggiatori camminatori come noi sono pronti per partire per il lungo cammino. Qui si aggiungono Chiara e Azzurra, due ragazze romane che decidono di affrontare il cammino insieme a noi. La colazione a base di panino con la mortadella e cioccolato ci sosterrà per molti chilometri e al grido << CARICIII CARICIII !>> partiamo! Il ritmo è buono e le gambe vanno da sole. Sono ben allenato e preparato tra trekking, palestra, mountain bike e con la testa libera vado avanti nonostante i 13 chili del peso del mio zaino. Cammino lungo la strada asfaltata che attraversa la bellissima Bologna e pian piano sale sempre di più passando da San Luca con i suoi archi sotto il portico più lungo del mondo che mi porta al santuario della beata vergine. Qui ci fermiamo per scattare una foto di rito e per scambiare parole di entusiasmo con altri gruppi di camminatori. Scendiamo giù a Casalecchio di Reno e costeggiando il Reno iniziamo finalmente un sentiero sterrato giungiendo a Sasso Marconi. Qui resto incantato davanti alla vista dell’acquedotto romano e del ponte di Vizzano. Al nostro gruppetto di camminatori si aggiunge il bergamasco Simone, un gran montanaro davvero tosto! Sarà un membro portante del nostro gruppo! Continuiamo verso l’area protetta di Contrafforte Pliocenico con i suoi fossili e la sua vegetazione particolare. Stremati ripartiamo in direzione Monzuno, il primo vero obbiettivo di sosta del nostro cammino. Ma prima si doveva salire in cima al Monte Adone. ( Il nome del Dio Adone dona il nome al monte come altri monti hanno nomi di altri Dei, e per questo si chiama “Cammino degli Dei”..) Stanchi ci rimbocchiamo le maniche e determinati raggiungiamo la cima rampicandoci su un sentiero ripido nel cuore dello splendido appennino emiliano. Una volta giunti in cima le due croci ci fanno sorridere di sofferenza ma godere di un bellissimo panorama. Sono esausto ma l’aver attraversato una natura meravigliosa e visto una buona parte di storia dell’umanità fa esclamare “wow!”.  Finalmente un po’ di discesa verso Brento e poi ancora salita su strada asfaltata passando da Monterumici in direzione Monzuno. Ora apro una parentesi giurandovi che quello che è accaduto da Brento a Monzuno ha del miracoloso… Già perché a tutti noi le forze e le gambe stavano per cedere, cosi come le nostre schiene a causa del peso dello zaino, ma la nostra testa era tanto determinata ad arrivare… A Monzuno… questo paese per noi “leggendario” che a un certo punto credevamo non esistesse nemmeno, talmente eravamo esausti e stanchi. le allucinazioni stavano per prendere il sopravvento sui nostri corpi non più lucidi quando all’improvviso la sagoma del cartello “BENVENUTI A MONZUNO” apparve lungo la ripida strada in salita.  Ebbene si! Dopo 14 ore di cammino e 40 chilometri percorsi con dislivelli terribili di mille metri finalmente eravamo giunti alla prima meta! Increduli, distrutti, affamati e anche nervosi, lasciamo andare le nostre sofferenze buttandoci in una cena a base di pasta e carne in una trattoria del paese. Finita la cena e recuperate le calorie, montiamo le tende nei pressi di un parco giochi per bambini. Stanco e stremato mi addormento rigustandomi in un sogno la durissima tappa appena passata e il percorso che ancora dovrò e dovremo compiere.

SECONDO GIORNO

Di buon mattino mi sveglio con le gambe pesantissime quasi bloccate. Non riesco a stare in piedi. La stessa sofferenza è percepita anche dai miei compagni di viaggio: Tommaso, Roberto, Chiara e Simone. All’improvviso notiamo che una persona mancava all’appello. La fatica aveva fatto la sua prima vittima: Azzurra infatti ci aveva abbandonato ritirandosi dal cammino. Probabilmente nella notte senza dir nulla a nessuno aveva deciso di mollare e ritornare a Roma. Complimenti comunque a lei… non è di certo impresa facile percorrere 40 chilometri sugli Appennini in una sola giornata! La determinazione in questi viaggi è un elemento fondamentale e dopo una veloce lavata di faccia in una fontanella del parco smontando le tende facendo una ricca colazione torniamo in pista proseguendo sui sentieri montani in direzione Madonna dei Fornelli. Le gambe nonostante sembrassero bloccate pian piano si scioglievano andavano avanti da sole comandate dall’entusiasmo e dalla voglia di superare i nostri limiti. Dopo venti minuti giungiamo a Campagne camminando in uno stupendo bosco di castagni. Poi la salita fino a Monte del Galletto e finalmente dopo circa tre ore su strada sterrata giungiamo a Madonna dei Fornelli. Il sentiero prosegue in una meravigliosa foresta scendendo giù fino al quadrivio di Pan Balestra, due ore di cammino dopo Madonna dei Fornelli. Da qui inizia la storica e mitica “Flaminia Militare” antico percorso romano datato 187 a.C. Nel bel mezzo della foresta appenninica giungiamo davanti ad un recinto e un cancello con scritto “Chiudere il cancello grazie”.  Ci passo e lo chiudo ( non si sa perché, probabilmente per non far entrare animali da bestiame) e faccio passare anche i miei compagni di viaggio. Proseguiamo fino alla Piana degli Ossi ed emozionato ammiro i resti di un’antica fornace datata II secolo a.C. Dopo diversi sali scendi molto faticosi giungiamo in una piana denominata radura delle Banditacce. Qui ci fermiamo a prendere fiato e far riposare la schiena perché quella che ci attende sarà una delle salite tra le più faticose dell’intero cammino che ci porterà sul punto più alto di tutto il percorso di 1200 metri di altitudine. Oltre ad essere la cima più alta è il punto quasi esatto che rappresenta la metà del cammino tra Bologna e Firenze! Giungiamo In cima  e soddisfatti ci riposiamo. Bello gustare la natura che ci sta ospitando. La discesa ci regala testimonianze storiche dell’antica presenza romana! Una meraviglia! Camminiamo in mezzo a boschi di conifere in direzione Futa nostro secondo obbiettivo del cammino. Sul Passo della Futa infatti si trova un camping dove pensavamo di passarci la notte. A pochi chilometri dal camping si trova un punto di interesse storico incredibile: il cimitero germanico. Emozionati ci togliamo gli zaini dalle spalle e come bimbi curiosi ci addentriamo per visitarlo. Prima che il buio scenda ci incamminiamo verso il campeggio e dopo aver montato le tende ci buttiamo soddisfatti sotto una calda doccia! Erano quasi due giorni che non mi lavavo e devo dire che dopo tutto questo sforzo una doccia d’acqua calda è il massimo che si possa desiderare.

TERZO GIORNO

Dopo una notte fredda, con fuori quasi zero gradi, avvolto nel caldo sacco a pelo mi risveglio tra la natura meravigliosa della Futa. Giusto il tempo di smontare le tende e fare colazione e ripartiamo verso l’Apparita. Zaino in spalla con entusiasmo saliamo sulla cima del Monte Gazzaro e poi in discesa attraversando una natura fantastica fino a giungere al Passo dell’Osteria Bruciata. Qui un tempo sorgeva una locanda rinomata per i suoi piatti di carne “umana” cucinati dal proprietario dopo aver derubato e ucciso i suoi clienti… anche qui la foto è d’obbligo. Inizia la strada in discesa. Mi sento in gran forma e aumento il passo andando avanti da solo lasciando indietro il mio gruppo. Volevo passare qualche momento in “solitaria” per riflettere e contemplare durante il cammino la bellezza di questa natura. Ma a causa della mia fretta nel scendere la montagna mi si infiamma la caviglia sinistra. Di colpo mi fermo, mi blocco e inizio a soffrire. Verso Gabbiano sulle montagne dell’Appenino mi siedo su un avvallamento con vista sulla valle. Mentre mi riposo attendo che i miei compagni di viaggio mi raggiungano. Mezz’ora dopo vedo arrivare Tommaso, Chiara e Simone ma senza Roberto, anch’egli rimasto leggermente indietro per un infortunio. Soffro ma proseguo. Non sarà certo un po’ di dolore alla caviglia a fermare il mio sogno! Mi aiuto con le bacchette ma inizio a zoppicare. Soffro dannatamente ma non posso mollare. Davanti a me ancora una cinquantina di chilometri che sembrano non finire mai… il sentiero in salita, il fango e il dolore. I miei compagni che mi sostengono moralmente ma ad un certo punto resto solo con la strada, la campagna toscana e i miei pensieri. Piango… devo superare il purgatorio per arrivare in paradiso. Poi da dietro vedo la sagoma di Roberto che come me infortunato camminava dolorante. Ma insieme ci carichiamo e piano piano raggiungiamo gli altri che si erano fermati ad aspettarci. Arriviamo a S. Pietro a Sieve e ci accampiamo sotto il cavalcavia di una superstrada insieme ad altri camminatori. Una piccola tendopoli di viaggiatori si forma Intorno ad un fuoco. Cantiamo canzoni e ceniamo con panini per recuperare le energie. Qui si aggiungono al nostro gruppo altre due ragazze milanesi. Nel frattempo Roberto decide di continuare il suo cammino in solitaria e in notturna. Un matto pensiamo! ma non c’è nulla che lo possa fermare e nonostante le nostre raccomandazioni decide di continuare da solo. Beh tanta stima per lui che coraggioso con il suo zaino, la sua tenda e la sua torcia in mano attraverserà i boschi dell’Appenino toscano giungendo già dalla mattina successiva a Firenze. Io Stanco mi addormento insieme a Tommaso e Chiara ma con una caviglia sinistra gonfia e dolorante e un callo gigante sotto il piede destro. Nel sogno notturno mi domando: << Riuscirò nonostante il dolore alla caviglia a terminare il cammino?>>

QUARTO GIORNO

Mi sveglio con la caviglia sempre più gonfia e il callo grosso come una lumaca sotto il piede destro. Mi fa male da morire. Ma di mollare non mi passa neanche per l’anticamera del cervello nonostante alla meta mancasse un altro giorno di cammino, circa 30 chilometri. Non sono uno che molla e per me l’impossibile non esiste e anche strisciando con un piede zoppo giungerò vincente all’obbiettivo! Riparto insieme a Tommaso e Chiara, sofferente ma più carico che mai.  Zoppico vistosamente e dopo qualche chilometro percorrendo le ripide salite fangose della foresta dico a malincuore a Tommaso e Chiara di proseguire. Non voglio che a causa mia rallenti il loro passo verso la meta finale. Rimango indietro per diversi chilometri. Continuo in solitaria. Vedo la splendida fortezza Medicea sul colle e la sua visuale, come quella della natura che attraverso, mi dona forza interiore indispensabile per non mollare. Attraverso quasi piangendo una natura perfetta. Camminando ho avuto modo di soffrire guardandomi dentro misurandomi con il mio dolore. Ma dovevo superare me stesso, il mio male e quindi il mio limite imposto dal dolore. Due camminatrici mi convincono a prendere un OKI che mi anestetizza per qualche ora l’infiammazzione. Dopo tre ore di cammino sento al telefono Chiara che poco più avanti di me mi dice: <<Ale sono un chilometro più avanti di te. Ti aspetto cosi proseguiamo insieme.>> Apprezzo il gesto di Chiara e facendo uno sforzo in più la raggiungo. Nel frattempo anche lei infortunata aveva rallentato. Insieme doloranti proseguiamo verso l’ultima vetta del cammino quella del Monte Senario. L’avventura che affronteremo insieme resterà per sempre nelle nostre menti. Prima sbagliamo strada e ci perdiamo nei sentieri selvaggi della foresta appenninica e poi una volta ritrovata la strada salendo verso la vetta veniamo colti in pieno da un fortissimo temporale. E Improvvisamente accade un miracolo! (Se cosi si può chiamare) il mio dolore alla caviglia scompare e lo stesso vale per il dolore di Chiara. Iniziamo ad aumentare il passo…  Ma in realtà a coprire il male era l’adrenalina provocata dalle centinaia di fulmini che continuavano a cadere a pochi metri da noi! Insomma più che miracolo si trattava di istinto di sopravvivenza causata dalla voglia di scappare via da quel posto e trovare riparo per non essere colpiti da un fulmine. Dopo una lunghissima ora passata a camminare veloci sotto gli alberi in cima alla montagna nel bel mezzo del nulla ( il punto meno raccomandato durante un temporale è stare sotto gli alberi in montagna.) Il temporale termina e noi esausti e fradici giungiamo a Fiesole! C’è l’avevamo fatta! Eravamo vivi! Con il cuore a mille ci abbracciamo! Per concludere in bellezza facciamo l’autostop per trovare un passaggio fino alla stazione di Firenze dove ci attendevano i nostri compagni di viaggio. Alla vista del mio pollice si ferma un suv guidato da un signore fiorentino distinto ed elegante sulla sessantina in auto insieme a sua moglie << Mi sono fermato perché proprio come voi sono un camminatore. Ho fatto il cammino di Santiago e la Via Francigena.>>  A quel punto dopo tutto quello che avevamo passato Io e Chiara increduli guardandoci negli occhi ci riabbracciammo. Ma le sorprese non erano ancora finite.  infatti avevamo altro in comune. Scopro che il signore era un affermato medico ma anche uno scrittore! Già proprio come me! Tra i suoi libri anche uno sul suo cammino fatto a Santiago. Dopo averci dato il passaggio fino in stazione, li salutiamo come fossero vecchi amici. Alla stazione di Firenze rincontriamo il resto del gruppo: Tommaso, Roberto, Simone, Qui ritrovo anche dei ragazzi di Bergamo che avevo incrociato durante il cammino e mi avevano visto zoppicante. Mi fanno i complimenti dicendomi che nello stato in cui ero avevo compiuto un miracolo di determinazione giungendo sofferente con quella caviglia al traguardo. Soddisfatto e distrutto saluto la Toscana. Si torna in treno a Bologna per riprendere la nostra auto mentre Chiara torna a Roma. Che grande viaggio!

E’ stato un viaggio bellissimo, un cammino meraviglioso. Mi porterò dentro la splendida natura dell’appennino tosco emiliano che rallegra occhi e cuore del camminatore facendo dimenticare la fatica che si sta compiendo. Mi porterò dentro le persone che con me hanno camminato soffrendo e godendo della bellezza del loro viaggio esteriore e interiore. E poi la vista di reperti storici che donano misticità e fascino a questo viaggio facendo respirare un profumo di vita vissuta da altri uomini in altri tempi.

Alessandro Cusinato

SMETTILA DI BRUCIARE… MIO CUORE ROSSO D’AUSTRALIA

Penso che da cosi lontano non si possa capire bene quello che stia succedendo laggiù…o forse si. Forse si riesce a capire ma credo che le migliaia di chilometri di distanza che ci separano dal gran continente oceanico, non ci facciano rendere realmente conto di ciò che stiamo perdendo. La forza della natura sta distruggendo quello che la sua bellezza ha precedentemente creato. Recentemente ho trascorso un mese in Australia con GiorgiaMarcoNicolas e l’ho fatto attraversando la sua parte più selvaggia. La sua parte più vera. Quella parte che se la vivi ti rimane dentro, ma dentro cosi tanto da farla diventare uno stato d’animo. La parte del bush immenso che non finisce mai, dei paesaggi che sembrano uguali ma che cambiano faccia e colore in un batter di miglia, del caldo insopportabile di giorno che diventa freddo la notte, dei grandi canguri, dei serpenti velenosi, degli ululati dei dingo, dei veloci emu e delle migliaia di specie di piante che solo li si possono trovare. E’ la sacra terra degli aborigeni. Pensare che quel paradiso incontaminato del nostro pianeta sia in fiamme e che mezzo miliardo di animali siano morti è qualcosa di tristemente inimmaginabile. Sapere che I pappagalli che in stormo mi svegliavano la mattina o i bengalini diamantini che a centinaia occupavano i cespugli del bush, facendo un casino assordante con il loro cinguettare, non abitino più quei luoghi mi fa star male. Sapere che Le migliaia di canguri che la notte saltellavano al di fuori della tenda facendo rimbombare i loro passi nella prateria come colpi di tamburo non si sentiranno più fa star male. Le piante che dal deserto dell’Outback fino alla foresta pluviale brulicavano di vita ora sono diventate cenere e con esse anche gli spiriti dei nativi australiani. Spiriti che sono sicuro proteggeranno il resto del territorio dal pericoloso uomo bianco, quello che con la sua industrializzazione sta sterminando tutto il pianeta. Quello che fa rabbia è che gli incendi sono dovuti all’inalzamento delle temperature causate dall’uomo e non da avvenimenti naturali. Gli aborigeni sapevano gestire gli incendi nel bush e lo facevano volontariamente attraverso incendi controllati bruciando sapientemente parte del terreno da rigenerare. Lo facevano attraverso una tradizione antichissima usata tutt’ora per ridare vita a un territorio che doveva rinascere dopo le grandi siccità. Questo incendio invece è catastrofico. Catastrofico come tutte le idee che occupano la mente dell’uomo Industrializzato, ipocrita, capitalista e senza scrupoli che sta distruggendo il nostro pianeta. Ripenso alle notti in tenda nel bush quando davanti a un fuoco alzando lo sguardo al cielo riuscivo a toccare le stelle con un dito sfiorando persino le Pleiadi. Spero che da quella costellazione scenda qualche spirito aborigeno per riportare la vita dove ora c’è solo morte e distruzione. Spero che l’anima dell’Australia ritorni a colorarsi di rosso, non quello degli incendi, ma di un rosso uguale a quello del colore della sua terra.
G day amata Australia! ♥️
Alessandro

CRACOVIA- Auschwitz – Diario di viaggio

E’ una meraviglia particolare questa città. Particolari le parole che mi serviranno per descriverla, in parte dolci e in parte amare. Un amaro troppo disgustante per il sapore che hanno lasciato nel tempo, non a causa sua ma per colpa delle atrocità commesse dalla razza umana.

La sua affascinante storia medioevale si affianca a quella tristemente nota della seconda grande guerra. Fa molto freddo e le strade sono in parte ricoperte da una bianca morbida neve. Zaino in spalla vagabondo nella città vecchia circondata dal parco di Planty e dai resti della cinta muraria medioevale, insieme ai due miei compagni di viaggio Marco e Tommaso.

Il primo luogo capace di catturare la mia attenzione è la piazza del mercato chiamata Rynek Glowny, la più grande piazza medioevale d’europa. Qui la Basilica di Santa Maria, una chiesa gotica del XIV secolo, ne domina la scena con le sue due torri di altezze differenti. Saliamo più in alto sulla collina di Wawel. Il meraviglioso castello simboleggia la città e una splendida cattedrale la illumina di cultura: al suo interno si sono celebrate le incoronazioni dei sovrani polacchi ed è la chiesa madre dell’arcidiocesi di Cracovia. La sera ceniamo in un ristorante tipico polacco divorando dei buonissimi pieroghi, tortine di pasta simili ai ravioli con dei ripieni sia dolci che salati. Il giorno dopo visitiamo emozionati l’altro quartiere storico di Cracovia: il di Kazimierz, che per 600 anni ha ospitato la comunità ebraica di Cracovia fino allo sterminio ad opera dei nazisti.

Da qui in poi le mie parole descriveranno emozioni tristi mai provate in nessun altro luogo al mondo…

QUARTIERE DEL GHETTO EBRAICO:

Cammino su una strada di ciottoli scuri. I miei passi riecheggiano tra i muri del quartiere con le stelle di Davide disegnate che non vogliono andare via. Non vogliono morire come invece hanno fatto gli uomini e le donne che vivevano qui. Loro sono giunte fino ai nostri giorni provenendo dagli anni della guerra. Torno indietro nel tempo immaginando il rumore degli stivali delle SS tedesche che picchiettando a terra facevano sentire agli abitanti del ghetto il rumore della paura. Un silenzio irreale avvolge questo luogo. Si percepisce il senso del dolore che c’è stato. Un dolore che queste mura, queste strade, questi ciottoli e questa umanità non potrà dimenticare mai.

AUSCHWITZ BIRKENAU- Campo di sterminio:

La neve copre con la sua purezza tutto il maledetto dolore che qui c’è stato. Entrando ad Auschwitz Birkenau seguendo le rotaie arrivo laddove il treno carico di bestiame composto da uomini, donne e bambini concludeva la sua corsa vicino al filo spinato. Qui la mia pelle si accappona. La corsa per alcuni finiva subito con l’inganno di una doccia, mentre per altri proseguiva con la garanzia che prima della doccia ci si sporcava di sofferenza. E’ enormemente infinito questo Lager. Entro in una delle “stalle” usate dalle SS tedesche per far riposare la notte il bestiame umano. Non so esprimere la sensazione che provo qui dentro. Tremo, mi manca l’aria. Mi rifiuto di pensare a cosa sia successo qui. Mi viene da piangere e star male. E’ buio, sporco e c’è un odore pesante rimasto impregnato negli anni che non riesce ad andare via dal male che qui ha abitato. Riesco a vedere i volti e le espressioni delle persone che per qualche mese, giorno o ora hanno vissuto qui. Mi appaiono con i loro pigiami a righe tutti uguali chiedendomi pietà. Li osservo inerme. Provo ad allungare una mano per soccorrerli ma non posso fare più nulla purtoppo. Solo un gesto forse inutile ma che mi viene dal cuore potrei fare. Mi sento in colpa e chino il mio capo pronunciando l’unica parola che mi viene in mente: “Perdonateci” in nome mio e di tutta l’umanità.

…PER NON DIMENTICARE MAI…

Alessandro Cusinato

ISTANBUL- Diario di viaggio

Ci sono città che sogni di vedere da tutta la vita. Città mitiche protagoniste di ogni libro di storia. Esse sono capaci di proiettarti nella pellicola di un film che sembra girato in angoli diversi del mondo e del tempo… Ma poi un giorno decidi di andarle a visitare di persona e scopri che quel film si è svolto in un unico luogo ma in diversi tempi… Benvenuti a Istanbul la porta d’oriente.

La porta d'oriente
La porta d’oriente

L’atmosfera di Istanbul è unica. Giunto in riva al Bosforo rimango rapito dal profumo dell’oriente che apre la sua porta ai viaggiatori. Infatuato inizio ad ammirarla. Le mie pupille come quelle di ogni uomo o donna si ingrandiscono per cercare di contenere tutta la bellezza che stanno osservando. La si può chiamare con nomi diversi: Bisanzio, Costantinopoli o Istanbul ma lei comunque stringendo le spalle e sorridendo risponderà sempre “Si.. sono io. “. I suoi tre nomi la rendono fiera di quella che è e di quella che è stata nel suo leggendario passato. La giovane Bisanzio , la romana Costantinopoli e la moderna musulmana Istanbul. Qui ci sono passati davvero tutti. Greci, Romani, Ottomani. Il suo modo di fare attira come calamite viaggiatori di ogni angolo del mondo curiosi di leggere con i loro occhi quello che sin da piccoli hanno studiato nei libri di scuola. Istanbul è un libro da sfogliare e un museo a cielo aperto con un biglietto di primissima fila sulla storia.

Basilica di Santa Sofia
Basilica di Santa Sofia

Alloggiamo nella zona musulmana della città. All’alba accade subito qualcosa di magico: vengo svegliato dall’eco della preghiera islamica pronunciata da un Imam che metallica fuoriesce dall’altoparlante posto in cima alla moschea vicina al mio alberghetto. Quasi in contemporanea inizia la stessa preghiera, proveniente questa volta da una seconda moschea. La stessa cantilena giunge da una terza moschea e cosi via per tutte le moschee della città. Nel buio del giorno che sta per nascere si diffonde tutta la potenza e la spiritualità della religione di maggioranza. Emozionato mi riaddormento…

Di buon mattino io e i miei quattro compagni di viaggio, Tommaso, Giuseppe, Rosella e Federica giungiamo nel distretto di Faitih, nel mahalle di Sultanahmet dinnanzi alla Basilica di Santa Sofia. Dal di fuori è imponente e bellissima! Dedicata a Sophia (la sapienza di Dio) dal 537 al 1453 fu cattedrale ortodossa e sede del Patriarcato di Costantinopoli, a eccezione di un breve periodo tra il 1204 e il 1261 in cui i crociati la convertirono in cattedrale cattolica di rito romano sotto l’impero latino di Costantinopoli. Divenne poi moschea ottomana nel 1453 fino al 1931 anno in cui fu sconsacrata e divenne un museo. Insomma, cè più storia religiosa qui dentro che in un libro intero… Meravigliosa ancor di più al suo interno…

Proprio di fronte a Santa Sophia si compie un’altra magia. E’ venerdi ed essendo il giorno santo islamico più di 4000 fedeli stanno pregando all’interno della grande Moschea Blu. Camminando all’interno di essa si resta incantati dal fascino di quello che fu l’Impero Ottomano. Una volta conquistata Costantinopoli, il sultano Maometto II volle costruire una moschea che potesse diventare il luogo di culto più importante dell’impero. Qui la misticità si percepisce in maniera forte, impregnata nelle cantilene delle migliaia di fedeli che pregano il loro Dio in questo venerdi di preghiera.

Con il mio zaino in spalla mi tuffo insieme ai miei compagni di viaggio dentro il mercato coperto più grande del mondo: il Grande Bazar ovvero il Kapali Carsi. La sua costruzione iniziò nel 1455 subito dopo la conquista ottomana di Costantinopoli ad opera del Sultano Maometto II per stimolare la prosperità economica della città. Al suo interno mi perdo negli odori delle spezie, nei colori dei tessuti e nella visione dei preziosi. Sembra una grande trappola per turisti ma in realtà è un grande contenitore di cultura araba. Dopo un paio d’ore perso tra le bancarelle dei mercanti a contrattare il prezzo migliore trovo il mio angolo di felicità. Un piccolo bar dove insieme a Tommaso e Giuseppe mi sono gustato un Tè turco fantastico!

Dopo aver visitato la parte importante della Istanbul ottomana, la mia sete di curiosità mi porta in un luogo dove di acqua ne è contenuta a litri. Anzi a dire il vero era contenuta fino a qualche centinaio di anni fa, quando la città si chiamava ancora Costantinopoli. L’imperatore romano Costantino fece costruire una cisterna sotterranea che alimentata dall’acquedotto di Valente forniva una riserva d’acqua per il palazzo imperiale. Scendo giù nell’affascinante sotterraneo dove i suoi 143 metri di lunghezza e 70 di larghezza mi attendono. Nonostante il buio non si può non notare le meravigliose 336 colonne alte 9 metri e distanziate l’una dall’altra 4,90 metri. La malta utilizzata nella costruzione è impermeabile. Un’opera di ingegneria pazzesca! Camminando sembra di essere finiti in una antica basilica sommersa e l’ambiente è talmente conservato bene da mantenere acqua sul fondo. Due grosse teste di medusa provenienti da un arco monumentale di Costantino fanno da base a due colonne. Splendide!

Basilica Cisterna (Yerebatan Sarnici)
Basilica Cisterna (Yerebatan Sarnici)

Il cibo e le bevande a Istanbul sono una vera e propria delizia come la carne di Kebab e il Tè ma la cosa che mi è piaciuta di più è il gusto di tabacco aromatizzato da fumare nel loro tradizionale narghilè. l’atmosfera da racconto “Le mille e una notte ” si diffuse rapidamente durante l’Impero Ottomano lungo le vie di tutta la città trasportata dal fumo del tabacco aromatizzato alla frutta. Il suo aroma giunse fino al Bosforo,dove oggi insieme ai miei compagni viaggiatori, mi immergo in una piccola crociera esplorativa galleggiando sopra un battello.

Fumando Narghilè
Fumando Narghilè

Il quarto giorno visito il quartiere di Galata. E’ una vera chicca medioevale. Qui spicca la sua torre che dall’alto dei suoi 67 metri domina la città. E’ una torre un pò italiana perchè venne costruita nel 1348 da Rosso Doria, primo governatore a Galata genovese. In seguito durante l’Impero Ottomano la sua parte superiore ed il suo tetto vennero modificati con numerose ristrutturazioni. Saliamo sulla sua cima dove dall’alto mi godo il magnifico panorama di Istanbul e del Bosforo.

Torre Galata
Torre Galata

L’ultimo colpo al mio cuore innamorato di storia, me lo danno le bellissime mura dell’antica Costantinopoli. La vecchia capitale dell’Impero Romano d’oriente è qui splendente davanti a me. Un’emozione forte mi pervade e un brivido freddo mi attraversa la schiena. Un altro mio sogno che si avvera. Ripenso ai migliaia di chilometri che separano Roma da Istanbul percependone fisicamente la vastità di quello che una volta era il grande Impero Romano.

Mura romane di Costantinopoli
Mura romane di Costantinopoli

Dopo quattro giorni saluto la “grande bellezza” d’oriente . Ora capisco perchè questa città sia stata tanto ambita quanto ritenuta meravigliosa. Ambita da tutti i popoli del passato per la sua posizione strategica con la sua “porta” verso l’oriente e meravigliosa per tutta la ricchezza storica che essa contiene. Nonostante abbia vagabondato per le vie come un matto per quattro giorni senza sosta, rimane ancora tanto da vedere e scoprire. Per un appassionato di storia come me, insieme alla nostra meravigliosa Roma, penso che Istanbul sia la città più bella ed interessante del mondo. Mi sono innamorato di te Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul!

Alessandro Cusinato